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Articolo inserito da Maurizio Ricci in data 17/04/2007
Ciclismo
letto 9910 volte in 12 anni 6 mesi e 3 giorni (2,17)
Ole Ritter, il nordico che amava il vino e la Romagna...
Ole Ritter, veniva dalla Danimarca, una terra fredda, ma era uno di noi: pareva romagnolo in tutto. Divenne un affezionato al GP Terme di Castrocaro, per le sue eccelse doti sul passo e per la lunga militanza nella Germanvox Wega, squadra avente sede nell’imolese.
Nel medesimo sodalizio, militavano altri romagnoli come i faentini Renato Laghi e Antonio Albonetti, ma soprattutto, due corridori che, sulle strade di Vecchiazzano, erano di casa: Giancarlo Toschi di San Martino in Strada e Angelo Bassini di Predappio Alta. Anche costoro furono protagonisti di una corsa, di cui si sente tanto la mancanza e non solo nelle nostre zone. Toschi, vi partecipò nel 1969, proprio quando era compagno di Ole, mentre Bassini, nel 1972, stagione passata all’interno della Scic (il danese era in forza alla Dreher).
Il nordico Ritter ha lasciato un segno indelebile sulla salita di Massa, che era un po’ un termometro della sua voglia di incidere o meno: se era ispirato, lo vedevi passare a gran velocità, perché si trattava di ascesa adattissima ad un passista come lui; se, invece, era in giornata d’abulia, o in precedenza aveva sbagliato per disattenzione il suo rapporto con la corsa, lo si vedeva passare come un tipo qualsiasi, ciondolante e con una innata voglia di fermarsi a bere ….possibilmente del vino.
Un personaggio, l’Ole di Danimarca, uno che faceva piacere vederlo, per la naturalezza che l’accompagnava, per quel tratto di spensieratezza che si portava presso e per come sapeva incidere sulle bellezze del ciclismo, quando, a monte, aveva deciso di farlo. Un insieme di classe e voglia di vivere.





1970 - G.P. Terme di Castrocaro – Ritter fra due ali di folla sulla salita di Massa

Dal libro "Protagonisti del ciclismo a Forlì!....

OLE RITTER
Nato a Slagsele (Danimarca) il 29 agosto 1941. Passista. Professionista dal 1967 al 1978, con 27 vittorie su strada.

E' stato primatista dell'ora, ha vinto 27 corse da professionista, ha corso per dieci anni nell'elite del ciclismo, ma la sua classe cristallina era certamente superiore al raccolto. Ritter, danese di Slagelse, amava il ciclismo più per forza di costrizione, che per reale convinzione. Era incapace di disgiungere la professionalità con la vita quotidiana. Se vogliamo un Venturelli molto più razionale, ma per certi versi simile all'asso di Pavullo. Giunto in Italia sulle ali di una medaglia d'argento ai mondiali dilettanti (dietro a Bongioni nel 1962) e dopo una carriera di primo piano internazionale, si accasò nell'emiliana Germanvox Wega. In una formazione giovane e fatta di giovani, il suo blasone fu subito sufficiente a fargli prendere i gradi di capitano. Vinse subito, ed alla grande, la cronometro Mantova-Verona al Giro 1967. Mise in fila gente come Altig, Brake, Anquetil e Gimondi, ma il suo Giro per il resto fu anonimo e nemmeno portato a termine. L'anno dopo, dietro i consigli tecnici e paterni di Guido Costa si portò a Città del Messico per prendersi il record dell'ora, dove percorse 48,653 chilometri. Sempre nel '68 vinse alla grande il Trofeo Matteotti e l’anno seguente al Giro, con un formidabile assolo nel finale, conquistò la tappa di Pavia. Una definitiva consacrazione dei suoi mezzi? Macché! Fra alti e bassi impressionanti consumò gli anni migliori di carriera. Fra i suoi successi vanno segnalate le sue grandi prove contro il tempo a Castrocaro (1970), Lugano (1970-74), Diessenhofen (1971-72), Roskilde (1973-74) e Copenaghen (1973). Belle affermazioni tolte ad una marea di disattenzioni. Nel 1974 si mise in testa di riprendersi il record dell'ora toltogli da Merckx. Si migliorò arrivando a 48,879, ma sempre a mezzo chilometro dall'asso belga. Chiuse la carriera su strada nel 1976, dopo aver aiutato la crescita di Francesco Moser e continuò su pista, da seigiornista, fino al ‘78. Ma perché Ritter non volle diventare un super? I motivi ci sono per dirlo. La sua passionaccia verso il sesso, in qualsiasi momento e magari a fiotti durante il Giro, ad esempio. Nel '71, mentre lottava per la maglia rosa, i suoi incontri con la moglie apparivano degni di un innamorato alle prime esperienze e questo, senza esagerazioni, gli costò parecchio. Oppure la sua passione per la buona tavola e per il vino, nonché la poca disponibilità a soffrire, proprio nell’esercizio di un fatto agonistico, come quello ciclistico, che fonda sulla sofferenza gran parte delle ragioni che si frappongono fra successi e insuccessi. Nella storia del pedale, comunque, il danese c’è, ed è già un fatto di nota.

Le sue prestazioni al G.P. Terme di Castrocaro.
Ritter è stato un fedelissimo del Gran Premio e, qui, ha partorito prestazioni in linea col gran personaggio che è stato. Nel 1967, al suo esordio fra i prof, giunse terzo, a 4’06”, da Gimondi, ma interpretò male la corsa, partendo troppo forte. Della sua partecipazione all’edizione stellare del 1968, ricordo un particolare che ancor oggi mi fa ridere di gusto. Dopo la solita sparata iniziale, il mattacchione Ole, cominciò a sentire i morsi della fatica e si aggrappò al suo talento, ma non poté evitare una crisi pazzesca all’ultimo giro. Proprio nella tornata finale, sulla salita di Massa, mentre andava avanti alla velocità di un vecchietto, fu avvicinato da mio fratello Lorenzo, che gli propose per scherzo una borraccia di vino (in realtà, era piena d'acqua!) e lui, con mio sommo stupore di ragazzino, la cercò più volte e quando l'ebbe e capì che dentro c'era normalissima acqua, la gettò con la rabbia più cupa, bestemmiando a “più non posso”, un po’ in italiano e un po’ nella sua lingua madre. Alla fine si collocò al quarto posto a 4’03” da Gimondi, ma davanti al vecchio e sempre valido Anquetil! Nel ’69, vinto dall’abulia, si adagiò su una “passeggiata” che lo collocò ad un per lui anonimo quinto posto, a 6’15” dal solito “uomo di Sedrina”. Nel 1970, invece, decise di correre al meglio e vinse, dimostrando compiutamente quanto fosse…il primatista mondiale dell’Ora! L’anno seguente, si ritirò perché vittima di una indigestione. Ancora un ritiro, nel 1972, ma stavolta all’ultimo giro e sempre dimostrativo di poca volontà di soffrire. Tornò nel ’74, giungendo ultimo, proprio nella giornata in cui, il suo giovane capitano Francesco Moser, “bastonò” il quasi “abbonato alla vittoria” Felice Gimondi. Un ruolino dunque pieno di contrasti, potremmo dire ….da Ole Ritter…

Maurizio Ricci (Morris)

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