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Articolo inserito da Maurizio Ricci in data 29/03/2007
Ciclismo
letto 8099 volte in 12 anni 6 mesi e 22 giorni (1,77)
L'incontro con un professionista "brocco" sulla salita di Massa...
Nella lunga e bella storia del Trofeo Tendicollo Universal prima e del G.P. Terme di Castrocaro poi, con la salita di Massa nel ruolo di sicuro fulcro, non troviamo solo campioni che hanno scritto pagine memorabili del grande romanzo del ciclismo, ma anche qualche autentica ciofeca, sicuramente inferiore, mi permetto di dire, anche di tanto, a diversi amatori con quotidiano riferimento a Vecchiazzano, che non hanno mai avuto l’opportunità di schierarsi nel ciclismo agonistico che conta.
Una di queste figure, veramente pochissime, Otto Bennevitz, tedesco di Hambourg, ve la racconterò domani (aggiungendo tanto altro a ciò che ho scritto sul libro “Protagonisti del ciclismo a Forlì”), ma va subito detto, che non era la peggiore.
Già, perché questa palma, o ideale maglia nera del mio percorso fra i tasselli del mosaico ciclistico, spetta ad un agnomen forte, quasi leggendario, come Gimondi, a cui faceva seguito il nome Alessio. Si trattava del fratello minore del grande Felice, uno che alla luce di come andava, può considerarsi autentico esempio di talento inverso rispetto al congiunto.
Nel 1972, nell’unico suo anno di professionismo, il ventitreenne Alessio (classe 1949), pur non gareggiando nel G.P. delle Terme di Castrocaro, seguì il fratello e si trasferì dalle nostre parti per accompagnarlo. Poteva essere quello, l’unico ruolo possibile, per lui, nel ciclismo. Fatto sta che il giorno prima della gara, con la sua fiammante maglia “Salvarani”, beato lui, il giovane Gimondi, provò il percorso. Il sottoscritto, che dai 40 ai 50 chili fa, ha praticato tanti sport e che ha sognato, senza mai raggiungere soddisfazione, di cimentarsi davvero con la bicicletta delle categorie federali, ha sempre visto, fin dalla tenerissima età, nella corsa forlivese, il banco per concepire e rinfrescare la sua sanguigna passione.
Grandicello, nel ’72 avevo 17 anni, ma ancor dotato di una vecchia pesantissima “Tecno” verde, col manubrio simile alle odierne “mountain bike”, relativi “parafanghi” enormi, un cambio dove spiccava come massimo rapporto l’umile 42x16, nonché una sella simile a quelle degli stayer, atta a trasformare i testicoli in zabaione, volli provare l’emozione di andare sul percorso del Gran Premio, nella speranza di incontrare qualche protagonista.
La sorte però, quell’anno, non mi fu tenera, ed invece dei campioni, trovai, appunto, un inverso. Fu proprio la salita di Massa, il teatro d’incontro. Venivo da Vecchiazzano e davanti a me, su quelle pendenze non proprio ficcanti, mi ritrovai una maglia Salvarani. Pensai subito, ad uno di quei cicloturisti, allora tanto più di oggi, dediti a percorrere le strade indossando una divisa da professionista, ma quel tipo si alzò sui pedali e quel gesto, mi spinse ad una sfida, sognando Gimondi, quello vero però.
All’unica moltiplica contemplante il “42”, aggiunsi il 18 e scattai a mia volta (grazie al calcio, scattare, era la variabile che mi riusciva meglio sulla bici) e vidi che lo stavo raggiungendo. Nonostante i per me diversi chilometri a buona andatura a monte, che da Capocolle mi avevano portato a Vecchiazzano, senza poter bere nonostante il gran caldo (era il 17 giugno) e col sempre presente rischio di ritrovarmi i crampi sui personali polpacciacci calcistici, capii che potevo prenderlo prima della cima. Aumentai lo sforzo, per me tale, in quanto ben poco avvezzo alla bicicletta, lo raggiunsi e lo superai, notando nel volto del tipo, tanto una somiglianza col Gimondi vero, quanto una certa fatica.
Invaso dallo stupore-orgoglio di averlo visto giovane, mi diedi come obiettivo lo scollinamento di Massa e lo staccai di brutto. Giunto all’apice però, la ragionevolezza sui miei limiti d’autonomia e la voglia incipiente di bere, mi consigliarono di svoltare e tornare verso Vecchiazzano. Ebbi così l’occasione di rivedere quel tipo, in maniera più chiara e capii che era un corridore reale, brocco, ma vero. La somiglianza con Felice mi fu ancor più chiara, così come l’orgoglio di averlo lasciato a quasi cento metri, a sudare e faticare.
La discesa, un poco mi fece recuperare dall’impasto muscolare, ma la sete era decisamente più forte. Giunto in via Castel Latino, mi fermai al primo bar di cui non riesco a ricordare collocazione e, come un automa, portai nella allora micro-pancia, almeno un litro di minerale. Tornando verso casa ed il giorno dopo, durante la gara vinta da Roger Swerts su Felice, non pensai ad Alessio, di cui conoscevo l’esistenza, ma non una broccaggine così forte. Fu l’amico Aviero Casalboni, qualche giorno dopo, a farmi capire, con la congiunzione di tanti particolari, di aver staccato il giovane Gimondi.
Ed allora..... ancor non conoscevo l’amicone Giorgio Zauli (un grande, di cui scriverò qui a giorni il ritratto), che non avrebbe tardato a dirmi (sperando di scrivere bene il dialetto): “Puffo, tant munta la testa, te scachè una murtadéla!”

Maurizio Ricci (Morris)

Nella foto che segue, rarissima, Alessio Gimondi....



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