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Articolo inserito da Maurizio Ricci in data 15/07/2007
Personaggi
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Giorgio Zauli, un personaggio, un campione e un amico.
Dall’ammiraglia vincente sui Campi Elisi, al tentativo di percorrere l’antico, sulle strade della Parigi – Brest – Parigi…

Conobbi Giorgio, nel tardo autunno del 1989, ad una cena, a cui arrivai nelle vesti di giornalista, per rendicontare il fresco passato, ed i programmi futuri di quello che allora era il G.S. De Lorenzi Ceramiche, sodalizio dilettantistico di buon livello nazionale, del quale, Zauli, il per me non ancora “Zurlo”, era direttore sportivo.

Il compianto ed indimenticabile Piero Bondi, allora segretario della squadra, nell’invitarmi, mi aveva parlato di lui come di un campione aggiunto, quasi indistinguibile dai pur bravi corridori della società. Una premessa che mi parve assai strana, visto il ruolo ricoperto da Piero, solitamente votato ad avvicinare chi scrive sul giornale, con lo scopo di reclamizzare il parco atleti, prima di tutto. “Guarda – esordì – prima di chi spinge i pedali, noi abbiamo un giovane direttore sportivo straordinario, anche se si vende male. Lo scoprirai pian piano e ti assicuro che non perderai del tempo”. A distanza di tanti anni quelle sue parole che alimentarono non poco in me l’attesa, possono considerarsi tanto profetiche, quanto dominate da una coerente trasposizione di verità.

Il protagonista annunciato, giunse al Ristorante “La Monda”, quando già avevo potuto scambiare molte battute coi corridori, potrei dire tranquillamente ai limiti di quel tempo che confonde il ritardo con la normalità. Poteva apparire un gesto da prima donna, ma a smentire il sospetto, ci pensò immediatamente la sua affabilità da amicone o fratello maggiore, verso quel nugolo di giovani. Forse, più che un’eccezione, l’ultimo minuto pareva una sua metodica, come qualcuno confermò fra i denti con tanto di sorriso, proprio un po’ come tante volte l’han detto per me. Il suo “look”, come si usa dire oggi, era di quelli che non potevi dimenticare, perché in uno sport come il ciclismo, che fa della magrezza un credo a volte persino esagerato, lui giunse bello tondo, quasi “quintalesco”, con un maglione bianco che lo faceva ancor più grosso, ed una fede effettivamente color oro, posta incredibilmente sul pollice destro. Ed il suo status di extra large, veniva confermato da un paio di manone che si discostavano da quelle di un fabbro, solo per la cura che si conviene ad un geometra, nonché su due spalle da facchino, che urtavano non poco la pazienza del bianco maglione. Il linguaggio di Giorgio poi, dal colorito popolare, si spostava al popolano più convinto, quando di mezzo c’era da spiegare un “perché” ad uno dei suoi corridori, fino a trovare quasi una forma di restrizione, l’esibizione d’italiano verso il sottoscritto o l’altro giornalista presente. In quei momenti pensai alle parole di Piero e mentre la voglia di ridere per le soventi battute in “romagnolus vulgaris” del direttore sportivo, mi venne in mente il personaggio ciclistico che Zauli stava involontariamente ricordandomi: l’olandese Peter Moeskops. Costui, era stato un grande della velocità su pista negli anni venti, un tipo con ben cinque mondiali all’attivo, ma la similarità col diesse dalla fede sul pollice e senza passato di nota sulla bici, ci stava tutta, per portamento, morfologia fisica e affabilità da gigante buono. Anche il tulipano, infatti, amava parlare in un fiammingo volgare, ed era solito considerare i più giovani, come soggetti verso i quali destinare consigli e suggerimenti schietti e, proprio per questo, molto onesti. Stavo quasi per esternare a voce alta quel volo di ricordi e similitudini, ma poi mi fermai, anche perché avrei spostato campi, argini e parametri della conoscenza di Giorgio: troppo, per non rovinare quel copione che stava generosamente donandomi un personaggio.


Nella Foto scattata a Pisignano nel 1990, Giorgio Zauli, Marco Tassinari (vincitore del Gran Premio)e il Presidente della G.S. De Lorenzi Ceramiche Mario Mazzotti.

La serata si consumò così sulla falsariga dell’impressionismo iniziale, e di quel direttore sportivo così amico dei suoi ragazzi mi giunse una consapevolezza che poi, qualche anno dopo, cementerà nei successi la sopraggiunta amicizia. Capii fin da quel primo incontro che Zauli, di Vecchiazzano e di professione geometra, possedeva le caratteristiche umane per trasmettere agli atleti, il suo sapere. Una dote che la mia esperienza di dirigente, stava conoscendo come rara.

La stagione agonistica 1990, cementò la personale conoscenza di Giorgio, appena divenuto, anche per me, “Zurlo”, ma come si conviene ai soprannomi antecedenti il diretto coinvolgimento, intesi rispettare quell’agnomen aggiuntivo, senza chiedere i “perché” del caso, immaginandomi il tutto legato ai classici nomignoli che tanto accompagnano le famiglie romagnole. Anzi, continuai a chiamarlo Giorgio. E dire che ci si vedeva quasi tutte le domeniche, visto che il giornale, sovente, mi consentiva di seguire il G.S. De Lorenzi Ceramiche, sodalizio ciclistico principale di Forlì, anche nelle trasferte fuori Romagna. Dal vivo delle corse, Zauli, confermava ed incentivava l’impressione ricevuta nella cena d’incontro. Coi suoi ragazzi sembrava un “gattone”: sì, proprio come il celebre tennista Miloslav Mecir, in voga a quei tempi. Manfrina e amicizia, su una costante simpatica e simpatetica, con improvvisi acuti fatti di battute colorite e ordini da considerarsi “consigli spinti”. I corridori rispondevano bene, ed il buon Giorgio, che alle sue prime esperienze d’ammiraglia in seno al G.S Giacobazzi, ebbe in Pino Roncucci un maestro e nel piccolo prodigio Maurizio Rossi, il primo atleta generoso di soddisfazioni, poté cementare nella “De Lorenzi” le sue virtù, aiutando non poco il decollo di atleti, diversi dei quali, poi divenuti professionisti. Proprio agli inizi dell’ultima decade del secolo e del millennio, l’amicone Zauli lanciò nell’elite del ciclismo Fabrizio Settembrini, ossuto scalatore di Mordano, tanto serio quanto fragile psicologicamente: un nessuno quando giunse dagli juniores alla corte del tecnico vecchiazzanese. Il rapporto fra i due non lo potevi dimenticare. Un giorno infrasettimanale di maggio ‘90, mi capitò di assistere ad uno spaccato dei due personaggi a confronto, che ancor oggi mi fa ridere di gusto. Dovevo intervistare Giorgio, lo chiamai al telefono e mi disse che lo potevo raggiungere a mezzogiorno presso il suo ufficio in via Tomba. Non ero mai stato a casa sua, perciò lo pregai di indicarmi l’ubicazione o un distinguo di riconoscimento, ma poi, con la partenza ritardata dalle mie abitudini, nonché dalla convinzione di un suo sicuro sfasamento d’orario, quelle indicazioni si mostrarono ininfluenti. Già, perché giunto in Via Castel Latino, alle 12 e 20 circa, incrociai una bicicletta su cui pedalava uno che non poteva essere altri che Giorgione. Giunto alle sue spalle, non ebbi più dubbi, era proprio lui! Mi uscì la prima risata, perché il diesse che dovevo intervistare, era di un buffo unico, un vero laboratorio in movimento: pedalava su una scassata bici da donna come una massaia frenetica e, nonostante la mole che lo faceva largo quanto alto, riusciva a tenere a tracolla una specie di zaino dal quale usciva un segno del mestiere, materializzato nel classico tubo contenente un disegno tecnico. Un altro tubo lo teneva nella mano sinistra, mentre con la destra impugnava il manubrio. Ma per non rendere il suo mosaico di geometra d’inizio secolo, afflitto da uno spezzone inattivo, sul polso destro, a penzoloni, portava un’ondeggiante sportina di plastica sulla quale fuoriusciva l’ennesimo tubo. Stare sull’auto a ruota di uno così, oltre allo spasso, poteva aggiungersi solo il rimpianto di non avere una telecamera. Già, perché filmarlo, significava una sicura proiezione sulla già celebre trasmissione “Candid Camera”. Sono sicuro che la segreteria di produzione di quel programma, per arrivare ad una scenetta come quella, sarebbe stata disposta a pagarla a peso d’oro! Giorgio non sapeva che lo stavo seguendo, ed io non volevo certo farmi riconoscere, perché avevo paura che un semplice suono di clacson potesse farlo cadere. Era in ritardo “Zurlo”, come del resto il sottoscritto, ma lui, probabilmente, mi immaginava ad aspettarlo a casa sua e, per questo, pigiava come un forsennato sui pedali. Si accorse di me, solo quando da via Tomba, svoltò sul breve viale che conduceva a casa sua.
Quando si fermò, non so come riuscì a poggiare la bici sul muro della palazzina, forse ex fienile, che vedeva al secondo piano il suo ufficio, senza far cadere nulla di quel corredo che s’era portato presso.
“Bisogna che corra – esordì – perché vedrai che mi telefona Fritz (il nomignolo di Settembrini).” Fece le scale a due gradini la volta, ed aprì la porta del suo studio, ancora una volta senza far cadere nulla….Appena vidi l’ufficio di Zauli, capii che si trattata di un naif del personaggio: usando un eufemismo potrei riassumerlo in un disordine controllato e funzionale. Il laboratorio tecnico in movimento di Giorgio, comprensivo della persona, intanto, pur nel guadagnato sgabello su cui si sedette, continuò il suo cammino. L’incredibile diesse, iniziò a parlarmi della corsa della domenica precedente, mentre con la mano destra e l’occhio della medesima parte, cercava dei fogli. Il “poliforme labora” che avevo di fronte, poteva fermarsi ad una simile parzialità quasi normale? Manco per idea! Contemporaneamente, la sua mano sinistra e l’altro occhio, si soffermavano su una veloce lettura di altri fogli, senza dimenticare di consultare, a tratti, i particolari di uno schizzo di porticato. Guardarlo era uno spettacolo, nonostante lo sforzo che ti richiedeva il solo seguire i suoi movimenti. Pensai: ma con un simile stress di vita, com’è possibile tenere tutto quel peso? Forse ci stava pensando pure lui… Infatti, un solo minuto dopo, entrò la madre che gli portò un piatto contenente un brodo di fagioli. Un pranzo scarso, molto scarso, per uno di quella mole! Andava consumato, però! Ebbene “bi bip Giorgio”, iniziò a divorarlo col cucchiaio a frequenze pazzesche, senza smettere di parlare con me e consultare le carte. Cominciai a pensare che i suoi occhi non fossero due…. Neanche trenta secondi dopo, squillò il telefono. “Poliforme labora” rispose diretto, senza verificare chi fosse, con una frase che diceva tutto: “Dai Fritz, s’él suzest incù!”
Intanto, dopo aver schiacciato la cornetta fra la spalla sinistra e l’orecchio, continuò a consumare il suo brodo, nonché a scrutare un altro elaborato. Settembrini, si lamentava perché, a suo giudizio, nell’allenamento mattutino, aveva faticato più del previsto, e si chiedeva se era il caso di non preoccuparsi. L’incredibile Zauli, dimostrandosi abituato a quella che poteva definirsi la smorfia vocale del Fritz, incentivando la lettura di un altro documento, iniziò a rispondere, rigorosamente in dialetto, nel modo che, evidentemente, intendeva come migliore e proficuo per l’interlocuzione col suo corridore.
“Se Fritz, e vò dì che cì mérz, o t’at vù ciapè pre cul! At cnos. E vurà dì che dmenga t’atacarè in salida. Incù dop mezdè, dato che ci strac, va a fé i maség e pensa ad una béla dona”.
La telefonata continuò sulla stessa falsariga per un paio di minuti ancora, ed a cornetta riposta sulla base, il Giorgio, che nel frattempo aveva consumato il pranzo, mi disse: “Vedi, i corridori hanno una loro chiave con un codice ben stampato. Definirli particolari, può pure essere generoso. Fritz, abbonda in serietà, ma se vuoi caricarlo e dirgli che sta andando bene, devi buttarla sul leggero e fargli capire che è un morto che pedala. Vedrai, domenica farà una gran corsa.” Infatti, fu proprio così.

In quegli anni, ebbi poi occasione di verificare, più volte, la bravura di Zauli sull’ammiraglia. Anche su quel versante, il motto “poliforme labora” che pareva contraddistinguerlo, nonché la sua romagnolità verace, vennero a galla copiosamente. Tanti episodi, alcuni buffi (che spero di poter raccontare quanto prima), cementarono il nostro rapporto d’amicizia e stima reciproca. La sua crescita di nota, trovò compiutezza nella valorizzazione di atleti come Marco Vergnani, Luca Mazzanti, Giusvan Piovaccari, tutti poi passati al professionismo (Mazzanti ancora validamente sulla breccia), ma anche di altri di spessore non certo minore: in primis, Davide Taroni (un gran corridore che non poté passare nell’elite del ciclismo, pur avendo già il contratto, a causa di un incidente che gli troncò la carriera), Andrea Drei (un talento ben superiore al raccolto), “Pulce” Cristiano Andreani (uno dei pochi ad aver resistito per due giorni, agli acuti dell’allora giovanissimo Pantani), Fabrizio Traversari (altro gran corridore, dai valori assai superiori al bottino raggiunto), Ersilio Fantini, detto “la Jena” e quell’Andrea Collinelli che, con Zauli, vinse le prime corse su strada da dilettante, per poi divenire Campione Olimpico dell’inseguimento, ad Atlanta ’96.

Un ruolino che si mantenne ad ottimi livelli fino a tutta la stagione ciclistica ’94, ovvero fino a quando la “De Lorenzi Ceramiche”, ultimo sodalizio dilettantistico forlivese di peso importante, chiuse i battenti. Anni sui quali il personaggio Giorgio Zauli rimase fedele al suo status di uomo intelligente e generoso, spesso fuori dagli schemi, ma sempre acuto. Un solo cambiamento si materializzò al punto di costituire un distinguo, una metodica sulla quale ancor oggi, neo cinquantenne, ne vive con medesima tangibilità i valori: il corretto peso. Quando ci conoscemmo eravamo fratelli di chili, poi, Giorgio, a metà dell’esperienza in “De Lorenzi”, incontrò l’amore….. e quel che fa l’amore, nessuno riesce a farlo. Già, la puntura della freccia di Cupido, materializzatasi sulla figura e la mente di Scarlett Zanotti, poi divenuta sua moglie, trasformò lentamente il fisico da peso massimo di Zauli, in un tendente o tangibile atleta. Ma chili persi a parte, non cambiarono carattere, consistenze ed epigoni, anzi, furono proprio quegli anni fra i corridori dilettanti a farmi capire quanto Giorgio potesse recitare, prima o poi, un ruolo anche per le mie continue presenze nel pedale femminile di vertice. Infatti, le nostre strade, qualche anno dopo si incontrarono sotto il medesimo sodalizio, grazie alla sammarinese, di fatto vecchiazzanese, Alfa Lum RSM. Ma ne parlerò in una seconda puntata.


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