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Articolo inserito da Gilberto Giorgetti in data 18/04/2007
Storia
letto 11451 volte in 12 anni 1 mesi e 9 giorni (2,59)
CA' FIGARA di VECCHIAZZANO
Sembra che la prima chiesa del plebato di S. Martino in Strada ad essere menzionata sia S. Giovanni di Laureta: l’8 aprile 997 Erchenfredo qd. Erchenfredi, detto Erchizo, concesse a Giovanni arcivescovo di Ravenna vari beni, tra cui la corte di Casafigaria cum castro suo, ricevendoli in enfiteusi il 3 luglio 997 dallo stesso arcivescovo ed il 6 maggio 1001 dall’arcivescovo Leone, in quest’ultimo atto si precisa: “Castrum in integrum positum in curte que vocatur Casaficaria… una cum capella in integrum, cui vocabulum est Sancti Johannis, cum quarta parte de fundo Laurita, quam partem sibi fecit in ipsa capella”. Casafigara non esiste più come toponimo. Nella Descriptio Romandiolae del 1371 la Villa Casafigarie con 22 focolari viene indicata tra la Villa Laurede con 5 e la Villa Sidi con 2.
Si ritiene che Casafigara, il cui toponimo ha origine da un antico podere coltivato a fichi, fosse a sud sulla strada per S. Lorenzo e seguisse in linea retta la destra del rio Fossone, che da casa L’umàz giungeva al podere la Preta, dove una volta c’era la casa Tachêt. Quest’ultima è stata poi ricostruita verso la strada ed ora è conosciuta come Bargòs. Alla sinistra d’una “callaia”, sotto un antico gelso, c’è un pozzo. Durante le arature, nel campo vicino a questo pozzo, affiorano ancora pietre e calcinacci che indicano il luogo dell’antica chiesa di Casafigara. Infatti, il pozzo viene a trovarsi a lato del tracciato stradale e corrisponde, proprio, alla descrizione che il Cobelli fece del tratto di strada percorso da Guido da Montefeltro quando, nel 1283, si ritirò in esilio nella sua terra d’origine, dopo la sconfitta delle truppe pontificie.
L’attuale casa denominata Tachêt si trova alla destra di via Veclezio, quasi di fronte a quella Bargòs. Secondo Armando Bargossi, nato il 10 gennaio 1926, gli anziani di Vecchiazzano affermavano che il nuovo percorso di via Veclezio, da casa L’umàz oltre la casa Pinchêt, fu tracciato nel 1840, grazie al notevole contributo finanziario elargito dal conte Ercole Gaddi, il quale, però, pretese che la nuova strada delimitasse più razionalmente i propri terreni.
Prima che fosse costruita la chiusa di Calanco a S. Lorenzo in Noceto, sul Rabbi, in località Zeferino, verso Grisignano, fu scavato un nuovo canale per la chiusa di Casafigara che, portando acqua al canale vecchio e passando da S. Martino in Strada, serviva i mulini di Spineto, del Conte, delle Banzole e quello di Rustigliano, per poi entrare a Forlì.
Elio Caruso, che da diverso tempo si dedica allo studio degli antichi mulini e dei canali forlivesi, afferma che il mulino delle Banzole doveva trovarsi a Caiossi circa all’altezza della villa Gesuita. Per banzole s’intendono le bassure, perciò si doveva trattare dell’attuale zona compresa fra via Ponte Rabbi e Vecchiazzano.
La cappella S. Johannis de Laureta, col plebato di S. Martino in Strada, fu donata il 9 ottobre 1160 dal vescovo Alessandro al monastero S. Mercuriale e confermata il 21 e 22 ottobre 1170. Il 21 agosto 1379 il vescovo Paolo propter diuturnam vacationem conferì al forlivese D. Pietro il beneficio incurato di S. Giovanni di Loreta. Da questa data non si ha più notizia della chiesa ed è probabile che anch’essa, come quelle dei SS. Giacomo e Cristoforo di Casafigara e S. Giovanni in Volpinara, sia andata distrutta nel corso delle battaglie fra Francesco Ordelaffi ed il card. Egidio Albornoz. A differenza delle altre due chiese, S. Giovanni di Loreta non fu più ricostruita. Quest’ipotesi non contrasta il fatto che nel 1379 il beneficio incurato della chiesa fosse stato conferito. Infatti, il titolo beneficiario venne probabilmente unito all’altra chiesa di Casafigara. Ciò trova giustificazione, allorché nel 1637 la chiesa di Casafigara era unita a quella di S. Giovanni in Vecchiazzano. In effetti, il 21 aprile 1637 l’arcidiacono Albertini invitò i canonici ad esprimersi sull’accordo fra il vescovo e l’abate di S. Mercuriale, in merito al quale veniva lasciata ai Vallombrosani la pieve di S. Lorenzo, ed otteneva, invece, la libera collazione di S. Antonio in Ravaldino, S. Giovanni di Volpinara, S. Cristoforo, S. Paterniano in Marsignano, la chiesa di Laureto, detta la Madonna del Vento e Casafigara, unita alla chiesa di S. Giovanni in Vecchiazzano.

Cronaca: fra storia e leggenda (da Nelle pieghe del tempo SADURANO fra passato e presente)
Paola Raggi nella tesi di laurea, relazionata col prof. Carlo Ginzburg dell’Università di Bologna, così inizia il secondo capitolo delle proprie ricerche:
“Il 21 maggio 1603 si presentano spontaneamente al Vicario della Inquisizione di Forlì Frate Luca di Faenza e Don Orazio Pontiroli, parroco della chiesa di S. Lorenzo in Noceto (frazione distante circa 8 km. dal centro della città, nella Vallata del Rabbi), per denunciare che …nella Villa detta Casa Figara … hai una certa donna chiamata zia Diamantina; la quale vien famata d’essere donna la quale faccia li malefici et sani ogni sorta d’infermità tanto di huomini quanto di bestij et di conoscere… le persone inferme dalli sui vestimenti negli amalati, ovvero dal chiappo di corda delli bestij, e gli dà medicine con semplice vedere delli chiappi et alcuni guarisce et alcuni altri amazza, la qual donna ha un gran concorso, è donna vecchia et (non ha) troppo buon nome…“.
Così ebbe inizio il processo d’Inquisizione per la vedova sessantenne Diamantina Ramponi, contadina che viveva con due figli e diversi nipoti in località Ca’ Figara di Vecchiazzano, a circa 6 km. da Forlì, tra il Rabbi e il Montone.
Il figlio Sebastiano tutto il giorno lavorava nei campi e la figlia Caterina accudiva il bestiame, aiutata da un numero imprecisato di figli.
Diamantina, invece, per sbarcare il lunario sfruttò, come empirica, la sua arte medica e lo confessò lei stessa nel primo interrogatorio, quando disse: Io allevo li figlioli et guarisco il male delle puntie e ho guarito molti con un unguento di radici che si fanno nelle selvi, et opro anco una sorta d’herba la quale si chiama Manobio, et questo ho imparato da cì Tunino, medico de Castrocaro…
Quindi, la donna prima ammise e poi negò di avere molta clientela e che questa veniva un po’ da tutto il circondario e dalla Romagna stessa.
In realtà, durante gli interrogatori dei sedici testimoni: fra’ Giacinto, don Orazio Pontiroli, Benedetto di Becino, Sebastiano Fiorentino (ortolano), Giorgio Martelli, Giorgio di Andrea della Balza di S. Lorenzo in Noceto, Lucrezia Criminali, Niccolò Zani (fornaio di Forlì), Diamante Visani (massaia di Forlì al servizio dell’ortolano Fiorentino), Virginia Fiorentino (moglie di Sebastiano), Sebastiano e Caterina (figli di Diamantina), Giacoma Brunelli, Leonello Aventurati (un possidente di Meldola, l’unico che sapesse leggere e scrivere fra i clienti di Diamantina, il quale parlò anche a nome di un altro meldolese, Fabrizio Nicolucci, suo parente), Antonia Nicolucci (figlia di Fabrizio) e Giovanni Fabbri, risultò che Diamantina era molto conosciuta come maga benefica, ma anche malefica.
Inoltre, dalle stesse testimonianze risulta anche che fra i clienti della maga ci furono un fornaio, un ortolano, sei contadini e dei garzoni, gente povera che pagava le prestazioni in natura, con pane, farina o altri generi alimentari di produzione propria. Sta di fatto che nella sede del S. Officio di Forlì, davanti al Vicario, che conduceva personalmente l’interrogatorio, al notaio e diversi testimoni, Diamantina Ramponi subì cinque interrogatori e in tutti si dichiarò innocente, intimidita e spaventata assunse un atteggiamento da vittima e fece atto di pentimento.
Nonostante ciò i giudici non dettero credito alle sue confessioni, mentre l’avvocato d’ufficio di Diamantina, Ettore Menghi, pur ribadendone le giustificazioni, giudicò la donna di bassa estrazione sociale e non completamente cosciente delle proprie azioni.
In poche parole, la donna avrebbe fatto credere di essere una grande maga per darsi importanza e sollevarsi così dalla propria condizione sociale.
Il giorno 3 agosto del 1603, dodici giorni dopo l’arringa dell’avvocato difensore, i giudici si riunirono nella sala del S. Officio e misero ai voti il destino di Diamantina.
Tutti, meno un voto contrario, furono convinti della sua colpevolezza, soprattutto sotto l’aspetto della stregoneria sabbatica, in base alle testimonianze di Sebastiano Fiorentino e di sua moglie, i quali affermarono di aver sentito Diamantina che si vantava di aver partecipato al convegno sabbatico alla noce di Benevento.
Dopo aver subito la tortura del fuoco senza alcun risultato, la maga fu ricondotta in prigione in attesa della sentenza, dalla quale, dopo l’abiura, fu condannata a stare un giorno di festa con la candela accesa in mano sopra la porta della chiesa di S. Giacomo (ora ex S. Domenico) e, come non bastasse, doveva essere frustata mentre percorreva tutta la piazza di Forlì (attuale piazza A. Saffi). Per cinque anni consecutivi doveva digiunare tutti i mercoledì e venerdì e si doveva confessare e comunicare quattro volte all’anno, dando mandato al sacerdote di comunicarlo per iscritto al S. Officio. Infine, per tre anni continui, tutte le settimane, doveva recitare il Santo Rosario, pena d’essere rinchiusa fra due mura per dieci anni. Questa sentenza però non fu mai emessa e la condanna fu revocata il 18 agosto del 1603, mediante un decreto che ordinava la liberazione di Diamantina Ramponi, con l’unica clausola che le imponeva di non abitare o recarsi mai più nella città di Forlì.
Quindi, in piena “Controriforma”, la “maga” Diamantina fu condannata per esoterismo al domicilio coatto e, in questa condizione, si vuole che da Ca’ Figara andasse a vivere a Sadurano, ai confini col Gran Ducato di Toscana, sopra un monte che da quel momento la gente del posto chiamò il “Monte della Birra”. Per “birra” si deve intendere colei che si offre al “birro”, nomi derivati dal dialetto “bèra” e “bèr” (caproni, satiri).
Modernamente, per “birro” si deve intendere anche un latin lover, un play boy, nome molto in voga nel riminese.
Nella mitologia greca i satiri facevano parte delle divinità dei boschi, compagni di Dioniso o di Pan, simboleggiavano le forze fecondatrici della natura.
In principio venivano raffigurati come caproni, ma col passare del tempo le loro forme s’ingentilirono pur mantenendo sempre delle caratteristiche animalesche, come le orecchie, le corna, la coda e i piedi caprini. Lascivi e burloni, amanti del vino e della danza, i satiri erano sempre all'inseguimento delle ninfe, che spesso e volentieri cadevano nelle loro imboscate, tanto che questi diventarono il simbolo della sessualità e alcuni narratori antichi li identificarono con lo stesso Pan.



Pozzo sotto il gelso nel podere “La Preta”, dove si presume fosse la chiesa di Casafigara

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Commenti
 
Commento inserito da Stefano Garavini in data 04/06/2007 20:45:45
Egregio Signor Giorgetti, riguardo Diamantina Ramponi, vorrei farLe una domanda: Le risulta che la casa in cui visse e morì a Sadurano esista ancora, sia tutt'ora sotto vincolo della Soprintendenza ai beni Culturali di Ravenna e sia di proprietà di un privato? Molte grazie.


Commento inserito da Gilberto Giorgetti in data 05/06/2007 20:45:45
Egregio sig. Garavini, la casa dove si pensa visse e morì diamantina ora non esiste più e al suo posto c'è un capannone, però sulla sinistra esiste una costruzione dell'epoca dove si ritiene abbia vissuto. La casa è di un privato, il quale è disposto a parlarne. Spero di essere stato esauriente.


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