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Articolo inserito da Andrea Gorini in data 13/01/2010
Il paese
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Ladino: Luogo di suggestione e di storia

Il bosco di Ladino attraversato da via del Partigiano (direzione Forlì-Castrocaro)

Il bosco di Ladino attraversato da via del Partigiano (direzione Castrocaro-Forlì)

Via Braga costeggia il Bosco di Ladino

Clicca per ingrandire

di Gabriele Zelli

Il nostro territorio offre tantissimi luoghi suggestivi, spesso sconosciuti ai più e poco frequentati. Agli amanti del paesaggio, delle lunghe passeggiate e a tutti coloro che sono attenti al patrimonio storico, culturale e architettonico delle nostre zone, consiglio di recarsi a Ladino, la frazione forlivese ai confini con Terra del Sole, e precisamente sul sagrato della Chiesa di San Martino (via Ladino n. 4). Da quel punto di osservazione - o di partenza per chi voglia veramente conoscere da vicino i luoghi - si possono ammirare, a distanza ravvicinata, la chiesa e l’attiguo cimitero, il fiume Montone che corre a fianco del luogo di culto, la selva di Ladino, la Villa Paulucci con il suo parco, le case coloniche recuperate e la campagna, coltivata a perpendicolo rispetto alle strade principali.

In un contesto simile stonano alcune ville costruite prima del 2000: all’epoca era ancora possibile realizzare edifici residenziali in piena campagna, proprio perché la normativa consentiva di costruire in aree di modeste dimensioni sul presupposto che acquisire il titolo di imprenditore agricolo era abbastanza agevole. Anche la presenza di una cava estrattiva, destinata peraltro ad esaurirsi in pochi anni, ha preoccupato non poco i residenti.

In ogni caso, rimane un luogo veramente da scoprire, a partire dalla chiesa, costruita con il reimpiego delle rovine di un castello preesistente non molto tempo dopo la distruzione della “Fortezza” – così era chiamata la struttura posta a difesa della zona.

In un documento del 1290, conservato nell’Archivio Vaticano, comprovante le “Decime” che la chiesa forlivese pagava alla Camera Apostolica, si parla di un certo “Benvenuto di San Martino in Ladino”.

La chiesa originaria, dedicata a San Martino vescovo di Tours, era a navata unica, nello stile romanico del tempo.

Negli anni 1444 e 1446 l’abside venne decorata con affreschi, dovuti a due diversi artisti – la differenza di stile è evidente: a destra è raffigurato un dolcissimo volto di Madonna col bambino e San Giovanni Battista, poi frammenti di un Sant’Antonio Abate, e infine due Angeli adoranti laddove si suppone fosse il ciborio; a sinistra appare San Martino, titolare della Chiesa, con mitra e pastorale, oltre a due Angeli che sorreggono un drappo. Trattasi purtroppo di lacerti: le aperture e le manomissioni sopravvenute nel tempo, anche a seguito di terremoti e alluvioni, furono innumerevoli. Nel 1483 la chiesa fu scossa da un grave evento sismico, seguito, nel 1487, da una grossa piena che asportò la chiusa del fiume. Ma a darle il colpo di grazia provvide il terremoto del 1870: rimase in piedi solo l’abside, coi frammenti degli affreschi superstiti cui si faceva cenno poc’anzi. Nel 1872 fu aperta una bifora nella facciata e riattata. Negli anni Ottanta del secolo scorso venne rinnovata in cotto la pavimentazione. Negli anni 1996-97 l’interno è stato completamente restaurato sia nell’arredo che nella decorazione. Anche i residui affreschi sono stati sottoposti ad un accurato restauro. L’intero intervento, che oggi conferisce all’edificio un valore straordinario, lo si deve all’iniziativa del parroco don Marino Tozzi e alla compartecipazione attiva dei residenti.

Vicino alla chiesa si trova il piccolo cimitero dov’è sepolto il marchese Gian Raniero Paulucci de' Calboli: il nobile forlivese fucilato dalle Brigate Nere all’alba del 14 agosto 1944 dietro il muro di cinta del cimitero di Castrocaro Terme, insieme al tecnico delle ferrovie Antonio Benzoni, allo studente Fiorenzo Grassi e ai militari Livio Ceccarelli e Antonio Buranti, condannati a morte dal cosiddetto Tribunale Straordinario di Castrocaro. Nella stessa cappella dove giace il marchese Gian Raniero, ucciso perché accusato di essere “antifascista e sovvenzionatore dei partigiani”, riposano la moglie Pellegrina Rosselli Del Turco, a sua volta fucilata dai nazifascisti in via Seganti, nei pressi dell’aeroporto Luigi Ridolfi, il 5 settembre 1944 insieme a partigiani, antifascisti e diversi cittadini, tutti “colpevoli” di essere ebrei. Con loro è sepolta anche la madre di Pellegrina Rosselli Del Turco, vittima del tremendo bombardamento alleato del 25 agosto 1944 che colpì Piazza Saffi, il cuore della città e le zone circostanti.

La presenza di queste tre sepolture ci fa rivivere la storia del secondo conflitto mondiale e dell’opposizione al regime. Nel caso specifico, è da sottolineare il grande tributo di sangue pagato dalla famiglia del marchese Gian Raniero Paulucci de' Calboli, quest’ultimo “arrestato” la mattina del 13 agosto 1944 proprio mentre si trovava nella sua villa di Ladino, da dove riparte il nostro itinerario oggetto di questo articolo.

La villa Paulucci è posta quasi di fronte alla chiesa parrocchiale e al piccolo cimitero. È circondata da un vasto giardino dominato da alberi imponenti (cipressi, pini, tigli, ecc.) Spiccano per dimensione due pioppi bianchi con i grandi fusti, talmente imponenti che, per essere abbracciati, occorrono diverse persone. La villa Paulucci è una casa seicentesca a due piani. La facciata, rivolta a settentrione, è ornata da un portone che sostiene anche il balcone. La villa fu acquistata dal marchese Cosimo: gliela cedette il cardinale Luigi Capponi arcivescovo di Ravenna, con atto del 20 luglio 1643.

Nella villa di Ladino trovò riposo anche il marchese Luigi Vitaliano (morto nel 1854), figura politica di primo piano nelle vicende della storia di Romagna che va dal periodo napoleonico alla vigilia dell’unità d’Italia. Il 28 novembre 1848 ospitò nel palazzo di Forlì l’Eroe dei Due Mondi Giuseppe Garibaldi.

A breve distanza il bosco di Ladino, che così viene descritto da Saverio Simeone nel suo recente libro “Il verde a Forlì – L’albero, l’uomo, la città”, ST.E.R.N.A. edizioni, acquistabile nelle librerie forlivesi: “E’ un’area di riequilibrio biologico, tutelata da un’ordinanza del Comune di Forlì ai sensi della Legge Regionale n. 11/1988, di circa 5 ettari con prevalenza di roverelle coetanee (l’ultimo taglio risale al 1946), di altezza media di 15 metri, relitto delle vecchie foreste di querce. Il fitto sottobosco arbustivo è costituito da: olmo campestre, acero campestre, sorbo domestico, robinia, ontano nero, biancospino, prugnolo, ligustro, citiso, rosa canina, caprifolgio, erica arborea, viburno, rovo, pungitopo, corniolo, coronilla, sanguinello, berretta da prete (fusaggine), ligustro, sambuco nero. Diffuso anche il sottobosco erbaceo con edera e graminacee.  Ai margini del bosco, nei pressi di un laghetto non lontano dal fiume Montone, vi sono i pioppi bianchi monumentali in filare, farnie centenarie e gigantesche roverelle. L’agrosistema circostante, con prevalenza di seminativi, è un ambiente di passaggio per numerose specie floro-faunistiche che trovano nel bosco di Ladino luoghi di rifugio, riproduzione e alimentazione. Inoltre, il territorio è ricco di memorie storiche e protostoriche documentate da manufatti emersi all’intorno dei campi coltivati”.

Nel terzo volume dedicato da Pietro Zangheri alla “Romagna Fitogeografia”, sono riportate ampie informazioni sui boschi del territorio forlivese: Ladino, Monda, Farazzano e Scardavilla. Scrive Zangheri: “Nella prima carta topografica a grande scala della Romagna, pubblicata verso la metà dell’Ottocento, questi boschi avevano estensioni assai superiori a quelli dei primi decenni del ‘900, quando io cominciai a percorrerli”. Nelle cronache vi sono accenni a questi boschi che servivano spesso da nascondiglio ai malandrini. Poi, a poco a poco, dovettero cedere sotto la scure per l’espandersi della coltivazione intensiva. Durante la guerra 1915-1918 subirono un grave colpo, ma fu l’ultimo periodo bellico ad annientarli quasi completamente. “Per la bassa Romagna - continua ancora lo Zangheri - trattando sempre di questa particolare fascia, si tratta ormai di un ambiente trapassato, ogni nota di questa vegetazione basale appenninica è scomparsa, e la fascia che la ospita ha assunto, quasi dovunque, l’aspetto consueto della campagna coltivata. Ma in un passato non lontano, il viandante che saliva le prime pendici appenniniche non poteva fare a meno di notare il prevalere delle boscaglie fra la vegetazione del nastro marginale della collina, compreso fra i 40-50 metri di altitudine (alta pianura) e i 100 metri o poco più…”.

Occorre riportare anche le considerazioni che Pietro Zangheri faceva a proposito della salvaguardia dei relitti boschivi presenti sul territorio: “Chi abbatte una scure sopra una vecchia boscaglia… non pensa che può commettere un atto riprovevole… E purtroppo, prima che si crei questa coscienza, forse la maggior parte delle boscaglie relitte ancora esistenti in pianura e in collina, sarà distrutta. Chi può pensare, oggi, a salvare quel poco che, senza danno per l’agricoltura, potrebbe rimanere come riserva protetta di vegetazione spontanea? Riserve che, anche se prive di particolari bellezze, sono pur sempre dei monumenti naturali che offrono allo studioso materiale prezioso per la soluzione di problemi importanti e per indagini svariate”.

Per quanto riguarda il territorio forlivese, in età recente si registra finalmente un’inversione di tendenza. La svolta decisiva risale al 1989, l’anno in cui, in qualità di Assessore al Patrimonio, conclusi per conto del Comune le trattative per l’acquisto del Bosco di Ladino e di una consistente fascia di terreno circostante, utilizzato per ampliare l’area boschiva, per complessivi 10 ettari circa. Nel contempo, sia Forlì che Meldola hanno adottato azioni di tutela per quello di Scardavilla, e sono stati avviati i progetti per la realizzazione dei parchi del Fiume Montone e del Fiume Ronco.

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Commento inserito da Andrea Gorini in data 13/01/2010 20:45:47

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