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Articolo inserito da Gabriella Cortini in data 29/10/2009
Cosa non piace del paese
letto 10186 volte in 9 anni 3 mesi e 28 giorni (2,99)
Area Giochi di Via Veclezio

Vorrei segnalare nella sezione “Cosa non piace del paese”, la mancata riparazione da ormai circa un anno dell’altalena per i bambini nell’area verde di Via Veclezio vicina all’asilo ed alla Chiesa. Visto che l'area è molto frequentata e che a Vecchiazzano mancano altre Aree Giochi con altalene per i bimbi più piccoli, è auspicabile a questo punto una rapida soluzione del problema. N’approfitto anche per segnalare che l’area verde non è ad oggi ancora stata de intitolata a nessuno e approfitto dell’occasione, per lanciare l’idea venuta a mio figlio che sia intitolata nel 23ennale dal disastro, ai “POMPIERI DI CHERNOBYL” che incuranti della certezza di una morte sicura s’immolarono con il loro sacrificio non solo per spegnere l’incendio ma di conseguenza per il bene e la salute nostra e dei nostri figli.

A conferma delle mia proposta riporto quanto pubblicato alla pagina web:

http://firehelmetcollection.blogspot.com/2008/09/il-casco-sovietico-nazionale.html

“…Uno dei fatti degli ultimi anni che maggiormente mi hanno impressionato per la fortissima carica emozionale risale al 26 aprile del 1986, quando nelle prime ore del mattino il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, nel territorio dell’attuale Ucraina, a seguito di un esperimento fallito e sfuggito al controllo esplose, proiettando nell’atmosfera tonnellate di polveri radioattive. Appena prima dell’una e venticinque di notte, con le fiamme che sprigionavano alte decine di metri nel locale del reattore, l’allarme suonò alla caserma interna dei pompieri numero 2 della centrale di Chernobyl: nella stanza di controllo c’era una pulsantiera luminosa con centinaia di spie collegate ai rivelatori di fiamma, uno per ogni stanza del complesso; erano accese tutte. Quella notte di guardia c’era Anatoli Zakharov, pompiere veterano dislocato a Chernobyl dal 1980: tra i primi a partire, appena sceso dal camion accanto all’edificio in fiamme non ci mise molto a capire da dove provenissero i pezzi di grafite incandescente conficcati nell’asfalto fuso del piazzale, portati dall’esplosione del reattore; disse: “mi ricordo che scherzavo con gli altri: ci deve essere una quantità incredibile di radiazioni, qui. Siamo fortunati se domattina siamo ancora vivi…” Lui lo è ancora mentre 16 compagni su 28 degli equipaggi di vigili interni della centrale, i primi ad intervenire, sono morti nei giorni immediatamente successivi all’incidente. I detriti incandescenti del reattore avevano innescato l’incendio della guaina bituminosa di copertura dei tetti degli edifici adiacenti, rischiando di fare propagare l’incendio al locale turbine o, peggio ancora, al vicino reattore numero 3; così mentre Zakharov rimase a presidiare il camion fermo sul piazzale il tenente Pravik prese con sé gli altri vigili della squadra e, appoggiata una scala, salì sul tetto per spegnere il fuoco della copertura. Fu l’ultima volta che Zakharov vide i suoi colleghi vivi; erano privi di abbigliamento protettivo o dosimetri: i detriti radioattivi si erano fusi con il bitume incendiato e, quando il fuoco venne spento cominciarono a spostare e togliere a mani nude i pezzi di copertura per poter procedere verso il cuore dell’incendio, supportati dai rinforzi arrivati dalla vicina città di Pripyat. Pravik e i suoi uomini riuscirono a portare le condotte d’acqua fino all'orlo del reattore in fiamme, in una ultima, eroica e purtroppo inutile azione di coraggio: la grafite delle barre di controllo esplose bruciava a oltre 2000 gradi, e continuò a farlo per molti mesi, indifferente a tutta l’acqua che le veniva buttata addosso. I pompieri di Chernobyl vennero esposti ad una dose di radiazioni letali superiore perfino alle vittime di Hiroshima, dove si produssero raggi gamma solo nell’istante della detonazione e a 2500 piedi di altezza. I vigili in azione sul tetto del reattore rimasero in loco per più di un’ora, esposti a raggi gamma e neutroni emessi dall’uranio e dalla grafite radioattivi in fiamme, a dosi di 20.000 roentgen/ora (la dose letale è di 400): dopo 48 secondi di esposizione la loro morte era sicura. Vennero rilevati dai colleghi e portati, con febbre e vomito, in ambulanza all’ospedale locale e da qui trasferiti a Mosca all’ospedale numero 6, specializzato nel trattamento delle radiazioni. Qui morirono dopo due settimane, vittime di esposizioni talmente intense da far diventare blu gli occhi castani del tenente Vladimir Pravik; il pompiere Nikolai Titenok subì ustioni interne così severe da presentare ulcerazioni al muscolo cardiaco; tutti vennero sepolti in sarcofagi sigillati in piombo. Nelle prime ore del 26 aprile 1986, 37 squadre di vigili del fuoco – 186 pompieri e 81 camion – giunsero a Chernobyl dall’intera regione di Kiev; alle 6:35 avevano preso il controllo degli incendi visibili attorno al reattore numero 4, ed anche se il cratere continuava a bruciare il capo dei pompieri di Kiev riferì che l’emergenza era passata; il reattore numero 4 era andato; al suo posto un vulcano di uranio fuso e grafite in fiamme; un incendio impossibile da spegnere. Ancora una volta i pompieri erano andati a sacrificare le loro vite per salvare quelle di altre persone: credo che in quell’occasione abbiano, senza retorica, salvato il mondo……”

 

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Commenti
 
Commento inserito da Luca Gramellini in data 31/10/2009 20:45:47

Con la presente scrivo a sostegno di quanto sottolineato dalla Sig.ra Gabriella, non tanto per il nome da assegnare ai giardini in questione, ma per la mancanza di riscontro alle varie segnalazioni effettuate anche dal sottoscritto al fine di riavere l'altalena che vandali in una notte di alcuni mesi fa portarono via e per ribadire che da ormai 3/4 anni il secondo castello comprensivo di scivolo che fu tolto dal comune non è mai stato sostituito. Se qualcuno nel comitato di quartiere si prendesse a cuore la questione la speranza è che qualcosa potrebbe essere fatta. Con l'occasione ringrazio chiunque eventualmente si attiverà.  




Commento inserito da Giancarlo Turroni in data 01/11/2009 20:45:47

Faccio presente che la Circoscrizione 2 ha deciso di impegnare le proprie risorse, dell'anno 2009, per ricondurre a condizioni di maggior sicurezza e organizzazione le aree verdi attrezzate del propriio territorio. Della segnalazione, nei limiti delle possibilità economiche e nell'ambito di un progetto più generale focalizzato sulle problematiche del verde, certamente si terrà conto.




Commento inserito da Gabriella Berardi in data 06/11/2009 20:45:47

Aggiungo solo, in qualità di vice-coordinatore dell’attuale Comitato di Quartiere, quanto è stato fatto dal Comitato.

Per tutte e tre le aree verdi che insistono sul territorio del quartiere (Pigafetta, Polisportivo, Smarrita-Veclezio per intenderci) è stata fatta un’apposita richiesta in data 1 dicembre 2008 al dott. Gian Luca Laghi, responsabile Unità Verde Pubblico ed Esternalizzazione Appalti, relativa sia ad interventi di manutenzione che di ripristino di giochi vetusti o, come indicato dal sig. Gramellini, per posizionare giochi in sostituzione di quelli ritirati (mi riferisco al secondo scivolo a castello dei giardini in via della Smarrita). Siamo poi stati coinvolti, a fine mandato del presidente Soglia, per proporre la tipologia di acquisto di nuovi giochi nelle tre aree verdi, acquisto che avrebbe seguito una procedura di gara da parte del Comune, di cui non sappiamo ancora gli esiti.
Infine, tramite una segnalazione via mail, abbiamo nuovamente allertato l’Unità del dott. Laghi per la questione sollevata dalla sig.ra Cortini, per il ripristino dell’altalena.
Ci fa piacere riscontrare che si attiverà la circoscrizione per rispondere al problema.

Mentre, sulla proposta di intitolazione, ho girato il tutto all’assessore Bellini, affinchè valuti l’ipotesi espressa o altre possibilità.




Commento inserito da Roberto Brunelli in data 06/11/2009 20:45:47

Nel ringraziare vivamente la Sig.ra Gabriella Berardi per la segnalazione all'Assessore Bellini di intitolare l'Area Verde ai "Pompieri di Chernobyl", comunico che avevo nel frattempo già avanzata la proposta di intitolazione alla  Commissione consultiva per la Toponomastica cittadina tramite fax all'Ufficio Comunale competente in data 04-11-2009. Spero che tanti cittadini vogliano unirsi a noi per rendere il giusto omaggio a uomini che sacrificarono la loro vita come riportato nello scritto sopra ".... per salvare quelle di altre persone: credo che in quell’occasione abbiano, senza retorica, salvato il mondo……”.

GRAZIE !!!




Commento inserito da Roberto Brunelli in data 31/12/2009 20:45:47

Monumento ai pompieri a Chernobyl

Nella vicina città di Chernobyl c'è un piccolo monumento ai vigili del fuoco che spensero l'incendio nel reattore e nessun monumento ai costruttori del sarcofago. Non sono diventati famosi come i pompieri di New York dell'11 settembre, anzi sono stati completamente dimenticati, eppure salvarono milioni di vite tra le quali anche le nostre. Hanno lavorato senza alcun tipo di protezione perché non ne avevano, immaginando il pericolo che correvano, ma sapendo anche che dovevano farlo. Sono morti tutti e lascio a voi immaginare che cosa significhi una morte per sindrome acuta da radiazioni.




Commento inserito da Roberto Brunelli in data 16/03/2011 17:19:31

Fukushima: quei cinquanta eroi alle Termopili delle radiazioni nucleari

TOKYO – A volte, nella tragedie, appaiono le migliori qualità dell’essere umano. Solo nei momenti difficili si possono compiere gesti eroici e accade che nei momenti difficili l’eroismo diventi più “naturale” di quanto si immagini. Quei gesti che poi danno origine ai miti ieri e ai film di Hollywood oggi. Solo vedendo come si comporta quando perde forse anche la vita si può capire il valore di un uomo, vincere è facile, sono capaci tutti. E gli “eroi” di oggi sono i tecnici della centrale di Fukushima.

Da venerdì, giorno del terribile terremoto che ha sconvolto il Giappone, si è parlato, scritto e visto in lungo e in largo della tragedia che ha colpito il paese del Sol Levante. Terremoto, tsunami, incubo nucleare e Apocalisse. Oggi tutto sappiamo della scala Richter e delle qualità antisismiche delle costruzioni nipponiche. Conosciamo i segreti di come opera e distrugge uno tsunami. Abbiamo scoperto come è fatto e come funziona un reattore nucleare e ci siamo spesi nell’immaginare cosa potrebbe accadere in Giappone nella “peggiore delle ipotesi”, anche se non è chiaro cosa ci possa essere di peggiore delle probabilmente decine di migliaia di morti che già si contano. Ma, nonostante tutto, poco sappiamo degli uomini che questa tragedia stanno vivendo e combattendo e poco ci siamo fermati a riflettere sulle loro azioni.

Oggi sappiamo tutti indicare sulla carta geografica la posizione di Sendai, di dove si trovava Sendai, e sappiamo che a Fukushima c’è una centrale nucleare con molti reattori, seriamente danneggiata, che rischia di esplodere. Sappiamo che sono stati tutti evacuati nel raggio di 30 km dalla centrale e che anche le navi da guerra americane hanno girato al largo. Sappiamo che persino gli elicotteri militari che dovevano versare acqua sui reattori incandescenti non si sono potuti avvicinare per le troppe radiazioni. Sappiamo che a Fukushima si sta combattendo una battaglia per evitare che la centrale collassi contaminando tutto l’ambiente circostante. Quello che non sappiamo è chi sta combattendo quella battaglia.

Daniele Mastrogiacomo, su Repubblica, scriveva: “Una voce lancia un grido soffocato: “È scoppiata la centrale”. Attimi di panico. Pochi minuti ed ecco un secondo boato, più forte e profondo. La nuvola adesso è un polverone che svetta verso il cielo. Salta la copertura del reattore 3 della centrale di Fukushima 1, la Daiichi. È il mostro che trenta uomini, veri eroi di questa Apocalisse, cercano di domare da tre giorni. (…)Uomini contro macchine. Tre reattori che producono energia a temperature impossibili e squadre di tecnici che pompano acqua di mare per frenare il calore: si combatte per evitare che il combustibile si riscaldi in modo irreversibile e sciolga le camicie di grafite che lo avvolgono. Ma è un’impresa impossibile”. Le ultime agenzie ci raccontano che i tecnici possono restare solo poco tempo dentro la sala controllo della centrale perché, a causa della radiazioni, dopo poco tempo non sono più in grado di lavorare. Questa mattina sono anche stati fatti evacuare dalla centrale stessa perché, dopo l’ennesima esplosione, i livelli di radioattività erano diventati troppo alti. E dopo poche ore sono tornati al lavoro.

Oltre alla trentina di tecnici che cita l’inviato di Repubblica ce ne sono quasi altrettanti a cui la società che gestisce la centrale ha chiesto di rimanere al lavoro e, con loro, gli uomini dell’esercito giapponese che li appoggia. Questi uomini, di cui così poco si è parlato, stanno sacrificando la propria vita, deliberatamente, nel tentativo di salvare quella degli altri. I tecnici al lavoro nel tentativo di riprendere il controllo dei reattori si stanno esponendo a livelli di radiazioni altissime. Per 30 km sono stati tutti evacuati e loro sono a poche decine di metri dai reattori danneggiati. La quantità di radioattività assorbita dai loro corpi li porterà, probabilmente, a non vivere a lungo e, quasi certamente, a sviluppare molteplici forme di tumore e sofferenza. Non li obbliga nessuno, se non la loro morale e il loro essere uomini. E non agiscono così perché sono giapponesi, non c’entra nulla con i kamikaze o con la disciplina ferrea tipica di quel popolo. Di esempi simili ne è piena la storia di tutti i popoli. Da Leonida alla Termopili sino ai marinai del Kursk passando per i pompieri di New York.

Nei momenti drammatici l’essere umano, che sembra provare un perverso gusto nei momenti di pace nel mostrare tutti i sui peggiori difetti e bassi istinti, si trasforma e ricorda, in qualche modo, perché siamo diventati la specie dominante sul pianeta. Quegli uomini che stanno lavorando a Fukushima non lo stanno facendo per loro, per loro il peggio che devono scongiurare è già arrivato, le radiazioni che devono evitare che si propaghino già li hanno investiti. Stanno lavorando per gli altri, per i loro figli, per la società, perché sanno che esiste un bene superiore a quello del singolo: il bene comune. Leggendo la loro storia è facile provare un moto di ammirazione misto a stupore ma, per quanto sembri incredibile, l’uomo è migliore di come si dipinge e molti altri farebbero la stessa scelta che hanno fatto i tecnici di Fukushima.


Tratto da: http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/fukushima-eroi-cinquanta-termopili-radiazioni-nucleari-786106/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29

Mi auguro che non facciano la fine dei colleghi di Chernobyl:


Monumento ai vigili del fuoco di Chernobyl morti per le esposizioni alle radiazioni durante l'opera di spegnimento del nucleo atomico

 




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