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Articolo inserito da Gilberto Giorgetti in data 03/08/2006
Storia
letto 11394 volte in 12 anni 7 mesi e 27 giorni (2,47)
Quando i ricordi si fanno storia - QUARTA PARTE
La vecchia chiesa di Vecchiazzano
Nel 1947, don Biagio Fabbri prima di demolire la vecchia chiesa e la canonica, già rovinate dai bombardamenti, cercò di salvare quanto era possibile della pianta originale di questa pieve. Fin dal 1946 fece alcuni sondaggi nei vecchi muri e constatò che l’unica parete antica era quella in direzione nord insieme ad un’arcata della navata. Entrambe queste strutture architettoniche furono inglobate nella nuova canonica. Il muro era formato, fino all’altezza di due metri, da blocchi di sasso calcareo, volgarmente chiamato spungone, mentre nella parte superiore la chiesa era stata costruita con mattoni in cotto e di recupero, fra i quali vennero ritrovati diversi lastroni manubriati d’epoca romana. I muri avevano uno spessore di circa 70 cm. ed erano legati fra loro con calce resistente, sicuramente si trattava di pozzolana, materiale in uso fin dall’epoca romana.
Il muro esterno era diviso da tre lesene che formavano tre spazi disuguali fra loro. Nel centro del muro, fra la prima e la seconda lesena, c’era in alto una monofora strombata, tipica espressione dell’arte romanica. Nel tratto fra la seconda e la terza lesena vi era una porta, della quale esisteva solo una parte dell’arco. Questa porta era stata demolita per costruire una cappella laterale dedicata alla Madonna. Infatti, in alto, all’interno della cappella esisteva ancora la parte superiore della seconda lesena. Della terza lesena, invece, non era rimasta nessuna traccia. Il muro originale della chiesa misurava in altezza tre metri e cinquanta centimetri.
La facciata era interamente costruita con blocchi di spungone squadrato, mentre al suo interno si notavano ancora i resti di un’arcata in cotto di sostegno al tetto, simile a quella della porta laterale esterna verso nord. All’interno si evidenziava un primo strato di intonaco, molto fine e con tracce di affreschi, al quale era stato sovrapposto un secondo intonaco che recava ulteriori decorazioni ad affresco.
Nel dopoguerra lo scultore Bernardino Boifava si recava spesso a Vecchiazzano in bicicletta per far visita agli amici Spazzoli e Casadei. Nei mesi estivi, quando lo scultore faceva visita ad Olindo Casadei, per raccogliere e mangiare come mele i pomodori coltivati nell’orto dell’amico, lo accompagnava un cagnolino. Bernardino ed Olindo, infine, non si negavano un buon bicchiere di Sangiovese dei poderi del Gnu e, così, trascorrevano allegramente interi pomeriggi. Furono quelli gli anni che videro don Biagio Fabbri impegnato nella ricostruzione della nuova chiesa e della nuova canonica. Bernardino Boifava, in questa occasione, ebbe modo di seguire i lavori che il parroco stava portando a termine. Lo scultore, su segnalazione di don Biagio, fece alcuni sondaggi nei muri della vecchia chiesa e constatò l’esistenza di antichi affreschi sotto uno spesso strato di calce.
Bernardino Boifava, con grande pazienza, cercò di riportare alla luce i resti di alcuni affreschi, situati sotto la finestrella interna della parete nord, asportando lo scialbo a bisturi. Dopo diversi mesi, di scrupoloso lavoro, aveva già portato alla luce buona parte d’un affresco, che faceva intravedere la figura di un “Santo”, in atto di benedire, circondato da tentazioni demoniache.
Una sera, alcuni ragazzi che si riunivano in parrocchia si misero a discutere sul lavoro che stava svolgendo Boifava e, in particolare, discutevano sul tempo che impiegava nell’eseguirlo. Uno di loro disse: “Volete scommettere che domattina vi faccio vedere, io, cosa c’è sotto l’intonaco?”. Quando tutti se ne andarono, il ragazzo andò a casa e prese un piccone. Poi, ritornò in canonica e si mise a graffiare il muro nella convinzione di fare un ottimo lavoro e di far stupire, per la sua bravura e la sua intuizione, lo scultore, don Biagio e gli amici.
Tutto ciò che è rimasto dell’affresco, ben poca cosa, tuttora si conserva nello studiolo della canonica di Vecchiazzano. Peccato che il volto sia stato completamente cancellato, perché avrebbe fornito ulteriori elementi per poter identificarne l’autore. Comunque, si auspica che in breve tempo venga eseguito un recupero ed un accurato restauro di questi affreschi, le sole testimonianze rimaste dell’antica pieve. Inoltre, nuovi sondaggi nell’intonaco della parete potrebbero riservare ulteriori sorprese.

Frammenti di affreschi nella canonica di Vecchiazzano
L’antica pieve di San Nicolò in Vecchiazzano, della quale si ha notizia almeno a partire dal XII sec., mutò completamente il suo aspetto quando nel XVIII sec. si decise di rinnovare il suo interno. Gli affreschi che in parte decoravano questo edificio di culto rurale furono distrutti o ricoperti da mani di calce.
Nel 1947, durante i lavori di abbattimento di questa chiesa, don Biagio Fabbri aveva individuato alcuni lacerti di decorazioni ad affresco lungo la parete nord, ed in seguito decise di preservare la parete ed inglobarla nell’attuale canonica.
Non pare che si possa ricondurre questi avanzi di affreschi ad un ciclo unitario, perché furono eseguiti in tempi diversi e da mani diverse. Infatti, da un diario di don Biagio apprendiamo che in questa parete furono ritrovati ben due strati di affreschi sovrapposti.
Al di sotto di una piccola finestra, oggi murata, venne rinvenuto nel 1947 l’avanzo di un affresco di epoca tardo medioevale, che costituiva lo strato più antico e raffigurava l’immagine di un Santo contornata da un’inquadratura. Di questo affresco oggi restano solo alcune labili tracce nell’intonaco.
Il secondo strato di affreschi frammentari con le figure di due Santi appare tuttora sovrapposto, in parte, al precedente lacerto. Di un Santo resta solo parte della spalla e un po’ della veste, dell’altro, rappresentato rivolto verso destra, rimane parte di un saio marrone con mantella, una mano levata nell’atto di benedire, avanzi di due spiritelli di cui si vedono le zampe e la coda. Forse, in origine, questa immagine raffigurava San Benedetto da Norcia o Sant’Antonio Abate, che l’iconografia popolare vuole spesso attorniati da nugoli di diavoli.
Sulla destra di questo affresco, inoltre, si scorge parte di un pilastro decorato da cornici e da motivi geometrici marmorizzati ed è sormontato da un capitello composito. Questo tipo di pilastro richiama alla mente quelli presenti nella Visitazione (Forlì, Abbazia di San Mercuriale), una tela dipinta da Baldassarre Carrari intorno al 1498 ca.
Attualmente la superficie pittorica di questo frammento appare frantumata e priva di gran parte della materia originaria che, cadendo, ha lasciato scoperto l’intonaco. Per il precario stato di conservazione, che ne rende problematica la lettura, il frammento non è stato oggetto di più approfondite indagini. L’esecuzione accurata del pilastro decorato con specchiature marmoree e ciò che rimane delle figure, fanno tuttavia pensare ad un pittore operoso sul finire del XV sec., o al principio di quello successivo.
(Descrizione critica del prof. Alberto Bondi)

Nella foto - Antica Chiesa di Vecchiazzano






Nella foto - Parete nord all'interno dell'antica chiesa di Vecchiazzano, ora canonica.
Affresco fine XV inizio XVI secolo.
La "candelabra" affrescata nell'antica chiesa di Vecchiazzano è qui comparata a quella della pala d'altare in S. Mercuriale, raffigurante "La Visitazione della Vergine a Sant'Elisabetta", opera di Baldassarre Carrari. Il frammento d'affresco potrebbe essere della stessa mano dell'artista forlivese o della sua scuola.
(Foto di Giorgio Liverani, elaborata da Fabio Giorgetti)


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