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Articolo inserito da Giancarlo Lolli in data 02/03/2008
Aneddoti
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Al mare con la famiglia.
Al mare con la famiglia.
(Possibile che Caino continui ad uccidere Abele?)

Seduto sul vecchio “moscone” arenato e capovolto su quel tratto di spiaggia libera, guardo il mare. E’ calmissimo e l’aria, resa tersa dalla brezza mattutina, mette in evidenza tutte le sfumature di colore, dalla battigia fin la in fondo, oltre le barriere frangiflutti, fino a quella linea vicina, spesso vicinissima, ma irraggiungibile linea, l’orizzonte.
E’ un giorno feriale e la stagione appena agli inizi, questo spiega perché ci sia così poca gente. Famiglie? Non proprio, a ben vedere, solo non più giovani signore, nonne, che surrogano come possono gli assenti genitori, di uno stuolo di marmocchi. Un poco più rari sono i nonni, a gruppetti, qua e là, tranquilli chiacchierano fra loro.
Il sole è caldo, ma non insopportabile e l’acqua è sicuramente calda quanto basta a fare il bagno ma, ancora assorto nei miei pensieri, non so decidermi. Già da un po’ di tempo, sto guardando una famigliola, questa volta vera, padre, madre e due figli, che sta giocando nell’acqua bassa, tutta sola un po’ in disparte, quasi ignorando la presenza degli altri.
I ricordi, che il quadro evoca, mi danno la piacevole sensazione del già vissuto, nella mia lontana infanzia, quando con mio padre, finita da poco la guerra con tutto quanto aveva comportato, andavamo giù al fiume. La mattina, fatta colazione, a piedi ci incamminavamo, giù fino alla chiesa, poi lungo la stradina del cimitero e proseguivamo giù giù fino al fiume.Finalmente l’acqua, e noi finalmente a bagnarci, a buttarci l’acqua addosso l’uno all’atro ed a ridere, ridere, tanto ridere, per il piacevole senso di libertà e di liberazione che la cosa ci dava.
Capitava di rado, così che queste rare occasioni, veramente rubate ad una quotidianità ancora troppo avara di momenti felici, erano vissute come qualcosa di magico, di fantastico, qualcosa che il tempo non avrebbe mai più cancellato. Il mio babbo, felice, che giocava con me, proprio come questo papà, ora, gioca con i suoi.
Questo padre, poco più che trentenne, bruno ed un pò tarchiato, è il più attivo nell’animare il gruppetto, quasi non volesse perdere nemmeno un minuto di questa giornata che, finalmente, poteva dedicare alla sua famiglia. Probabilmente l’unico giorno, dopo di tanti dedicati al lavoro.
E’ allegro e non si ferma un momento, ora prende sulle spalle il figlioletto, 4 o 5 anni, e, facendo da trampolino, lo fa cadere, davanti a se, in acqua, in un mare di spruzzi. Poi tocca alla figlioletta, di poco più grande del fratellino, schiva e non avvezza ai giochi di un padre che forse vede troppo poco, ma che non vuole rinunciare al nuovo gioco, strilla allegra all’indirizzo di sua madre, prima di buttarsi giù, poiché gli spruzzi sono sempre e non a caso, indirizzati a lei, la mamma, ed il gioco si ripete, alternativamente, sempre uguale eppure cosi entusiasmante, sotto lo sguardo quasi affascinato della madre.
La madre, già, un viso d’ambra di un ovale perfetto, appena incorniciato dalla cufia da bagno, una figurina esile, ancora giovanissima, probabilmente poco più che ventenne. Non perde un istante dal fissare il marito, estasiata lo segue nelle sue evoluzioni, felice. Innamorata e felice, partecipa al divertimento dei suoi tre tesori quasi con venerazione. Con le gambe parzialmente piegate, sta quasi costantemente immersa fino alle spalle, in evidente disagio per quel costume azzurro, un po’ demodè, tutto intero ma che nulla nasconde di quel giovane corpo, alzandosi allo scoperto soltanto quando l’esuberanza dei figli rischia di travolgerla.
La guardo meglio. Strana la cuffia da bagno che indossa, per proteggere i capelli, la guardo, ma… non è una di quelle cuffie di gomma a cui la maggior parte delle donne ha rinunciato da tempo, è… un foulard, si un piccolo fazzoletto da testa calato fino a metà della fronte ed annodato sulla nuca, per raccogliere e contenere la fluente, nerissima massa di capelli.
E’ così! Proprio come usavano fare da noi, un tempo, prima della guerra e nel nostro meridione anche per molti anni dopo, le donne in campagna. Da non confondere con l’analogo accessorio indossato, qualche volta, dalle ragazze in viale Ceccherini, derivato da una più piratesca bandana. Dimesso, quasi castigato, simile piuttosto a quello che usano portare tuttora, nei paesi a maggior emancipazione, le donne mussulmane. Probabile ultimo retaggio del velo che per secoli sono state costrette ad indossare. Già ecco cos’è! Come mai non ci ero ancora arrivato?!
Il piccolo dettaglio mi consente ora di aggiungere un elemento nuovo alla scansione dell’immagine che ho in esame. La mia famigliola, probabilmente, è di provenienza extra comunitaria e, perché no, mussulmana. Forse il Kossovo, l’Afganistan, la Persia, o forse anche solo la più vicina Albania, chissà. Ecco spigato anche l’abbigliamento dell’uomo, infatti, egli non è a torso nudo, indossa sopra ai pantaloncini da bagno, tipo bermuda, una camiciola bianca e leggera, resa trasparente dall’acqua, ma pur sempre una camicia.
La scoperta mi scuote e di nuovo il parallelo con i miei ricordi si accende. Al netto di discutibili ma, troppo spesso, condizionanti pregiudizi, solo sessant’anni dividono i due fatti:

Una famiglia Italiana, cristiana, che nel ’45, senza nemmeno i soldi per permettersi un mare distante solo una ventina di kilometri, spensierata per un momento, gioca nell’acqua di un fiume.

Una famiglia mussulmana di chissà dove, che, nel 2003 si gode l’intima felicità di giocare nell’acqua di una spiaggia italiana, nel mare Adriatico.

La prima, da poco passata attraverso una guerra che, in quel territorio aveva segnato gli animi, più per i fatti avvenuti a guerra finita, che non durante il conflitto vero. In una condizione di precarietà occupazionale, condizionata spesso dai tentativi di egemonia, di un partito che, in nome di una disastrosa utopia, (lo si scoprirà poi), ogni giorno di più assomigliava, salvo che per il colore prescelto, a quello che lo aveva preceduto e contro il quale i nostri padri avevano resistito.
La seconda, sradicata dalle proprie origini, per sfuggire alla fame ed alle tribolazioni, che il gioco dei potenti, sempre più distanti da loro, imponeva in assurde contrapposizioni, nel nome di un Dio ritagliato ed adattato su misura. Scaraventati, come più volte la cronaca ci ha raccontato, su spiagge deserte, quando non direttamente in mare, da avvoltoi senza scrupoli, depredati di tutto, spesso anche della dignità di figli di Dio.
Costretti ora, scampato il pericolo maggiore, a vivere in una continua precarietà fatta di incomprensione e diffidenza, fatta di burocrazia spesso inumana che invece di affrancarli, ancora una volta e di più li rende oggetto di soprusi e di ricatti dagli stessi avvoltoi che qui li hanno fatti arrivare.
Eppure, in entrambi i casi, per entrambe le famigliuole, la grande gioia di vivere. Vivere l’amore dei propri cari e per i propri cari. Vivere quegli istanti, vivere l’adesso ed a qualunque costo, oggi, perché solo l’oggi “è”.
Niente bagno questa mattina. Lentamente mi incammino verso casa, il sole non brilla più come prima. Sono triste, le conclusioni a cui sono arrivato mi rattristano, possibile che non si possa trovare una soluzione? Possibile che sempre, in tutte le epoche, ci debbano essere dei figli dello stesso DIO costretti a soffrire, soffrire per mano dei fratelli.
Possibile che Caino continui ad uccidere Abele?


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