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Articolo inserito da Gilberto Giorgetti in data 01/09/2007
Storia
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Quando a Vecchiazzano il coltello era di facile uso
Si era a cavallo del XX secolo, fra Ottocento e Novecento, e gli animi sempre più caldi, stimolati da una lotta di classe fortemente aspra e combattiva, scatenarono rabbia e grande prepotenza che si manifestò principalmente fra i ceti meno abbienti, i quali, per futili motivi, spesso si misero in contrasto fra loro.
A Vecchiazzano, in quel “corno” di terra che si eleva dalle bassure dei due fiumi, sulla destra del Montone era situata una polveriera recintata da spesse mura che, all’inizio del secolo, servì da magazzino alla ditta Carmellini, nota armeria di Forlì il cui negozio era nel Rialto Piazza. Poco distante dalla polveriera erano situate due case raggiungibili da “callaie” parallele, che partivano dall’attuale via Carlo Forlanini. La prima, verso il Rabbi in direzione della confluenza dei due fiumi, era chiamata casa Sibaröl. Aldo Sgarzani, detto Sibaröl, fu accoltellato poco lontano dalla sua casa e, in epoca non precisata, un altro componente di questa famiglia, Aurelio Sgarzani, fu l’uccisore di un certo Moretti. L’altra casa, verso il Montone, apparteneva ai Vassura. I fratelli Vassura erano temuti come quelli della “banda Vassura” e non erano, probabilmente, tipi molto raccomandabili. Dopo la demolizione della polveriera, negli anni 1936/37 furono abbattute le case Vassura e Sibaröl, quando iniziarono i lavori per la costruzione del Sanatorio.
(Anno 1984 - testimonianza di Romeo Galassi, nato il 12 dic. 1898 - 1987)

L’uccisione di Aldo Sgarzani, detto “Sibaröl”
Elvira Cicognani (1896-1988) raccontava che sua madre Margherita Mirabolani (1874-1963), la quale abitava lungo la strada della Punta in casa Bróna, una domenica mattina, mentre tornava dalla chiesa di S. Varano, dopo la Messa, vide morente Aldo Sgarzani ferito da una coltellata allo stomaco. Margherita lo sentì rantolante nel fosso, che fiancheggiava la strada oltre il Montone e si dirige ancora oggi dove fino al 1998 resistettero i “maceri”. L’arma del delitto, un coltello, venne poi ritrovato, il giorno seguente, nel campo adiacente la strada stessa.

Aggressione ad Olindo Casadei, detto “Gnu”
Filippo Guarini nel “Diario forlivese dal 1863 al 1920” scrive quanto segue:
“… Al R. Tribunale stesso in dibattito la causa contro quei tali che, la sera del 15 ottobre 1897 aggredirono il giovane Olindo Casadei, membro del Comitato Parrocchiale di Vecchiazzano, per animosità contro l’azione cattolica e in odio, com’essi dicono, alla “Squacciarella”. Il Bandini Romeo è stato condannato alla reclusione per anni 3, mesi 6 e giorni 20 e alla multa di lire 72; ed il Livio Rosetti è andato assolto per non provata reità. Il Casadei Olindo, che dalle ferite ricevute ha riportato di non poter più in perpetuo adoperare il braccio sinistro, è stato condannato a 25 giorni per porto d’arme, che la Sentenza dice “usato nei limiti di legittima difesa pel reato di lesioni ascrittagli”. Onde per lui è stato un trionfo, come pel suo difensore avv. Pietro Farneti; difendevano gli altri due l’avv. Vendemini Deputato al Parlamento e l’avv. Aventi”. Poi Guarini descrive il tempo e la temperatura del giorno:
(25) “Tempo nuvoloso e sereno a vicenda; gran vento sciroccale quasi tutto il giorno; il termometro esterno segna + 17 poi sale a + 20. Alle 18 o 6 pomeridiane, abbiamo un brevissimo temporale con poca grandine; si sa più tardi che ha tempestato parecchio nelle Ville di Massa, Carpena e Bussecchio. In quel momento il termometro è sceso a + 11. La sera piove forte dalle 20 alle 21, poi si fa sereno”.
Nella pagina seguente Filippo Guarini descrive e commenta il fatto:
“… Stasera a Vecchiazzano un tal Olindo Casadei, membro del Comitato Parrocchiale è aggredito e ferito gravemente con quattro colpi di revolver da certi Bandini, Livio Rosetti, e da altri che lo schernivano, come facente parte di un’associazione Cattolica; si è difeso con una lima acuminata, altrimenti lo avrebbero finito. Specialmente in campagna vi è animosità contro chi si mostra coraggiosamente impegnato nell’azione cattolica; in tutta Romagna chiamano noi cattolici papali “quelli della squacciarella” ne’ si capisce il significato del nomignolo”. Filippo Guarini, forse, finge di non sapere il significato della parola “squaciarëla”, perché tutti i romagnoli sanno che significa diarrea. Gli anticlericali avevano accostato infatti, in modo provocatorio, i colori della bandiera vaticana (giallo e bianca) con quelli della “caccarella”.

Uccisione di Adolfo Boni, detto “Barbirêt”
Durante la stagione calda, finché il clima lo permetteva, si trascorrevano i pomeriggi festivi ballando agli incroci delle strade. Questi erano dei punti d’incontro dove s’improvvisavano le feste. Uomini e donne per andare a ballare si recavano ad un incrocio abituale. Coloro che sapevano suonare uno strumento musicale erano pagati chiedendo la questua ai soli uomini che ballavano, mentre le donne non pagavano. Per ogni ballo si richiedeva un soldo, che equivaleva a cinque centesimi d’allora.
Spesso si aggregavano ai paesani del luogo alcuni giovani, che venivano da altre località vicine in cerca di belle ragazze o per farsi la “morosa”. Allora erano guai seri: se non c’era il morto ammazzato le botte erano assicurate.
Quella domenica la festa si svolse all’incrocio ad Tapêd, sulla strada che oggi ha nome Castel Latino e gira verso Ladino dove sono le case Caplêt.
La musica echeggiava fra le case del luogo e anche gli anziani e i bambini uscivano per ascoltare e partecipare alla festa. I giovani invitarono alcune ragazze a ballare e si diede inizio alla festa. Adolfo Boni, detto Barbirêt, che abitava a Massa ed era il contadino della villa Bondi - oggi proprietà dei fratelli Bruno ed Elio Montanari - cessò di ballare appena l’orchestra terminò di suonare. L’addetto a riscuotere i soldi si avvicinò e gli chiese di pagare, ma Adolfo rispose che aveva già pagato. Ci fu un’animata discussione e si scambiarono parole “grosse”, sta di fatto che Adolfo si trovò mortalmente accoltellato.

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