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Articolo inserito da Andrea Gorini in data 22/09/2006
Case rurali
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La casa in Romagna
Luciano Ravaglia in "Case rustiche di Romagna" descrive ampiamente la storia, l’uso e le tipologie delle abitazioni rurali. Nel forlivese la casa colonica era rettangolare, costruita ad unico corpo di fabbrica e a due falde, con annesse capanne laterali con tetto spiovente all’esterno. Una capanna serviva da ripostiglio per le macchine e gli attrezzi da lavoro, nell’altra c’erano, invece, il forno, il pollaio, i porcili e a nord la cantina.
Queste vecchie case furono costruite secondo le esigenze di vita di quei tempi, con materiali di recupero che generalmente si trovavano sul luogo.
Nei secoli, l’uomo ha costruito sul luogo di lavoro la propria dimora e prima di tutto ha recintato il terreno per difendersi dall’esterno, apportando così la prima modifica al territorio circostante. Sono venuti, in questo modo, a far parte dell’ambiente, castelli, borghi, insediamenti isolati e colture appropriate ai tipi di terreno.
L’Italia di oggi, infatti, deriva da una grande civiltà agricola che, nel corso dei secoli, ha "disegnato" il paesaggio. Le case sono rimaste l’elemento simbolico, nelle loro linee pure ed essenziali, che permette di unire l’architettura del costruito con quella del non costruito, determinando un tutto unitario. Il forno, il portico, la scaletta, l’architrave, il vario gioco dei pieni e dei vuoti, in una libertà compositiva al di sopra di qualsiasi canone formale, sono elementi espressivi della casa agricola che derivano dalla spontanea fusione di esperienze antiche.
In Romagna, la particolarità del territorio caratterizza anche l’abitazione rurale, che va dal piccolo fabbricato, dalle caratteristiche tosco-emiliane, al casolare unico, più aperto verso l’ambiente, tipico delle aree mediterranee. Questi edifici hanno un contenuto di autenticità, perché immediatamente percepibili, equilibrati nelle loro dimensioni s’inseriscono con armonia nell’ambiente e spesso sono raggiungibili da una "callaia", dove all’inizio svettano due pioppi "Al piôpi a la spurtëla" (pioppi all’ingresso della proprietà "sportello").


VECCHIE CASE RURALI DI VECCHIAZZANO



Ca’ Masöla – Via Castel Latino
(Foto Vittorio Rivalta)



Ca’ Faentén – Via Ca’ Dolce: questa strada prende nome da un’antica casa del luogo, ovvero Ca’ Dôş. La cattiva traduzione della parola DÔŞ ha permesso l’alterazione del nome in DOLCE.
Nel dialetto romagnolo per Dôş s’intende lo ZAFFO, un lungo tappo di legno a forma tronco-conica che chiude il foro inferiore della botte.
Perciò l’esatto nome della strada doveva essere Via Ca’ Zaffo.
(Foto Vittorio Rivalta)



Ca’ Multalêt – Via Veclezio
(Foto Vittorio Rivalta)



Ca’ Freschi – Via Veclezio
(Foto Vittorio Rivalta)



Ca’ Pêl – Via Veclezio
(Foto Vittorio Rivalta)



Ca’ Camurâni – Via Tomba: ricostruita
(Foto Vittorio Rivalta)



Ca’ Canêta – Via Tomba
(Foto Vittorio Rivalta)



Ca’ Zurundén – Via Tomba: demolita
(Foto concessa dalla famiglia Zanotti)



Casa Contri – via Tomba
(Foto di Vittorio Rivalta)



Casa L’umén – via Tomba
(Foto di Vittorio Rivalta)



Casa Fuscêl – via Tesoro
(Foto di Vittorio Rivalta)



Casa Barasin – via Tesoro
(Foto di Vittorio Rivalta)



Casa Barêsa – via Tesoro
(Foto di Vittorio Rivalta)



Casa Brona - Via Borghina, 4
(foto Vittorio Rivalta)

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Commenti
 
Commento inserito da Roberto Brunelli in data 04/11/2008 20:45:46

Medicina Popolare.

Donna Romagnola Guaritrice di Campagna

per gentile concessione della Dr.ssa

Magda   Zignani

Il Seminario “ Da Grande Madre a Donna”, mi ha rievocato il valore e il ruolo della donna, non soltanto delle donne grandi e famose vissute nel passato o nostre contemporanee, ma anche di quelle semplici, che esprimono il loro talento femminile a servizio degli altri nella normalità del quotidiano.
È specialmente nel suo donarsi agli altri nella vita di ogni giorno che la donna coglie la vocazione profonda della propria vita, lei che forse ancor più dell'uomo vede l'uomo, perché lo vede con il cuore.
Lo vede, indipendentemente dai vari sistemi ideologici o politici. Lo vede nella sua grandezza e nei suoi limiti, e cerca di venirgli incontro e di essergli di aiuto. “Quando le Grandi Madri si allontanano, la terra si inaridisce e la luce ingiallisce.” Mi è venuto alla mente l’esaltazione della donna romagnola, personaggio femminile che per la sua storia e impegno sociale ha rappresentato un modello esemplare di umanità e amore, nella sue forme tipiche di madre e di guaritrice.
La storia della donna romagnola e guaritrice è legata all’identità storica della regione, a sentimenti di amore, solidarietà, a tradizioni da trasmettere alle generazioni future. Le donne presiedevano alle nascite, educavano ed allevavano i bambini nell’infanzia, si occupavano delle adolescenti e della loro entrata nel clan femminile, procuravano il corredo necessario a garantire la base economica di tutta una vita futura, educavano alla sessualità con allegorie e metafore, si prendevano cura dei familiari, delle malattie, delle convalescenze e della morte.
La sua fisiologia era collegata al suo ruolo sociale. Sta ai modelli di una cultura dare rilievo o sottovalutare tale aspetto. Ogni donna è portata naturalmente, direi per istinto, ad occuparsi del benessere degli altri. Naturalmente non è pensabile restaurare i ritmi e le abitudini dei tempi andati, ma vale la pena di riflettere al ruolo riservato alla donna nella società odierna e a come sono viste o gestite alcune manifestazioni del femminile. “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna!”(dalla Lettera di Papa Giovanni Paolo II alle Donne).

Medicina popolare

In ogni società umana esiste una cultura del curare.
Ogni madre soffia amorevolmente sulla ferita del bambino per alleviarne il dolore, accarezza il volto febbrile, mormora delle parole consolanti, prepara intrugli. E ciò molto prima di rivolgersi agli addetti, alle persone con doti, esperienze, tradizioni ed insegnamenti specifici, come ostetriche e medici.
È utile ricordare che il substrato di ogni medicina è il sapere curativo popolare. I metodi, le tecniche e anche i rimedi sono un tesoro culturale, anche se le relative spiegazioni ci sembrano spesso ridicole e superstiziose.
Essendo i tesori culturali legati a luoghi e a persone di una determinata regione, possiamo benissimo dire che in Italia ci sono tante culture popolari.
La cultura popolare è quell'insieme di tradizioni che ci sono pervenute nel corso dei secoli dalla vita vissuta dei nostri avi.
E’ intrisa del buon senso e dell'arte di arrangiarsi, assai comune nei secoli precedenti quando non esistevano le tecnologie odierne ed ognuno doveva trovare in sé le risorse per risolvere i problemi del quotidiano.
Tutto sommato, non importano le spiegazioni, ma gli effetti di una terapia e pare che in tutti noi siano attivi dei meccanismi inconsci nettamente contrastanti dalle nostre idee, credenze, comportamenti e convinzioni, che spesso pare reagiscano meglio ai metodi obsoleti che ai metodi canonici.
In passato queste pratiche erano sovente la medicina, in quanto-almeno nelle zone rurali- altra non ne esisteva.
Il guaritore di campagna, che oltre agli uomini curava anche gli animali, svolgeva quindi un ruolo sociale di importanza non trascurabile. La medicina popolare mediterranea è un misto di antiche pratiche magiche, medicina di Galeno e tradizioni locali.
Anche il discorso del placebo fa parte di questi meccanismi. Tanti medici “complementari” usano il placebo il più possibile, perché nel loro sistema di valori la guarigione è più importante della ragione e, non essendo né scienziati né professori di statistica né di medicina, se lo possono permettere.
La medicina popolare si è manifestata in molte forme durante la storia dell'umanità, e serviva ad affrontare problemi quotidiani, come la malattia, catastrofi naturali, preoccupazioni riguardo la fertilità, molto prima che nascessero medicina e scienza. In tutte le tradizioni e le culture, la storia della medicina nasce con le donne e da loro poi passa agli uomini.
Da sempre infatti è la donna che si è occupata dell’assistenza, come madre nei confronti dei propri figli, come moglie nei confronti della famiglia, come infermiera nei confronti della comunità.
Concretamente le donne hanno fatto propria la tendenza ad alleviare le sofferenze, a nutrire corpo e anima con tutto quanto la natura offriva nel suo generoso grembo. La cucina delle erbe improntata soprattutto sui prodotti stagionali, costituiva l’unico alimento per le classi povere, che perciò attribuivano alle donne d’erbe un ruolo privilegiato. Erano un punto di riferimento per la collettività.
Sono state sempre loro a conoscere le erbe, a mescolarne gli elementi per farne medicamenti, centinaia di anni prima che nascesse la scienza medica e la farmacologia. Il patrimonio di queste donne era immenso, un patrimonio culturale di cui qualcosa è arrivato fino a noi e che ancora qualche donna contribuisce a tramandare.
La saggezza popolare era caratterizzata dalla profonda conoscenza della natura e dei suoi cicli e dalla corretta interpretazione di segni e sintomi ancor prima che questi fossero analizzati dal sapere medico.
Le tradizioni sono state per lo più tramandate oralmente da madre a figlia e ancor oggi sopravvivono ai progressi della medicina e della società in genere.
La guaritrice di campagna spesso era vista anche come una fattucchiera. La cura delle malattie si basava sull’uso di erbe, amuleti e minerali.
Inoltre si era soliti accompagnare questi “strumenti” con la recitazione di formule magiche per amplificarne gli effetti: si credeva che ci fossero giorni più o meno adatti e in particolari fasi lunari si potevano raccogliere determinate erbe. Prima della repressione attuata dall’inquisizione, la donna conoscitrice delle “Virtutes Herbarum”, che sapeva raccogliere e trattare le erbe nei tempi e nei modi più idonei per preservare l'efficacia dei principi attivi, poteva contare su un determinato riconoscimento sociale.
Una febbre che non scendeva? Un ematoma di origine sconosciuta? Un'infezione grave? Si andava dall'Herbaria, l’esperta nell'uso delle piante officinali, la guaritrice della comunità. In realtà, la figura delle Herbarie è stata sempre circondata da un alone di diffidenza misto a timore. In particolare, gli uomini temevano moltissimo le guaritrici, esperte nell'uso di tutte le erbe, sia quelle in grado di curare, sia quelle in grado di...avvelenare. Le erbe che nutrono, curano e uccidono, hanno sempre avuto un rapporto molto stretto, più con le donne che con gli uomini.
Erano infatti le donne delle comunità agricole e pastorali che avevano il compito di cercare e raccogliere i prodotti offerti spontaneamente dalla grande madre natura. Durante il '300, l’insicurezza collettiva suscitata da carestie, peste e rivolte, provocarono una vera e propria lotta contro la stregoneria, facendola diventare il “capro espiatorio” a cui attribuire l’origine di ogni male.
Furono allora classificate come streghe le moltissime donne che conoscendo le virtù delle erbe avevano l'accesso ad un mondo misterioso e perciò "demoniaco".
Insomma, le Herbarie, furono trasformate nelle demoniache “streghe”, perché usurpavano un sapere che nobili e religiosi non potevano lasciare al popolo.
Con l’accentuarsi delle paure per le streghe, si affermò anche la paura che dietro le pratiche erboristiche, rimedi e pozioni che le guaritrici di campagna erano funzionalmente costrette a conoscere, si celassero rituali diabolici.
Forse questo era dovuto al fatto che spesso le ricette medicinali comprendevano tra gli ingredienti, piante che in dosi massicce potevano diventare anche tossiche e dare effetti allucinogeni, come ad es. l’aconito, la belladonna e lo stramonio.
Nei tempi passati non si conosceva la spiegazione scientifica di questi effetti che venivano quindi attribuiti ad una qualche strana potenza soprannaturale e quindi magica: a qualche diabolica stregoneria. Ad es. l’iperico pianta da sempre indicata contro l’isterismo e la pazzia, anticamente considerati effetti evidenti della possessione diabolica, si è rivelata nel tempo un’ottima terapia sedativa e antidepressiva.
Così alcune donne che portavano nelle case contadine aiuto in caso di malattie o di disgrazia, furono accusate di stregoneria e patto col diavolo. Ad ogni modo, il risultato della campagna repressiva fu la relegazione delle guaritrici ai margini della società: temute, malviste e fuorilegge.
Durante i millenni l'idea della magia femminile si trasformò, passando dall'adorazione della dea, alla demonizzazione della strega e all'ammirazione per la guaritrice.

Guaritrice Romagnola

Parlando con mia mamma, che ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza in un piccolo paese delle colline romagnole, sono venuta a conoscenza del modo con cui le guaritrici del paese curavano i malanni con mezzi semplici, a base di erbe, mescolando spesso religione, magia e superstizione. Le erbe del campo offrivano gratuitamente infusi, decotti, impiastri e cataplasmi di indubbio valore terapeutico; la fede metteva a disposizione i suoi santi, invocati per questa o quella malattia con suppliche particolari; le pratiche antimalefiche della stregoneria e gli scongiuri servivano per eliminare i disturbi fisici presenti.
Spesso venivano fatti indossare amuleti o portafortuna di vario genere per tenere lontano il malocchio.
Le guaritrici conoscevano delle ricette segrete per sconfiggere i mali più terribili e se le erano tramandate le donne della famiglia di generazione in generazione. Le guaritrici utilizzavano spesso una gestualità di tipo magico e contemporaneamente facevano il segno della croce: il “segnare” è una caratteristica costante del loro intervento terapeutico. Nel paese di mia mamma c’erano delle guaritrici molto brave (una di queste era la zia della mamma), che avevano cioè guarito le malattie alle persone e agli animali che a loro si erano presentati.
Ma come si diventava guaritrici? O per nascita o per ereditarietà. Chi nasceva “con la camicia”, cioè con il sacco amniotico addosso, poteva guarire questa o quella malattia.
Quando il bambino nasceva con la camicia, la levatrice provvedeva immediatamente a rompere il sacco per farlo respirare, poi prima ancora di vedere se era maschio o femmina lo si investiva del potere di “segnare”, il che avveniva attraverso un piccolo rito che consisteva nel pronunciare certe preghiere e formule, dopo aver fatto toccare al neonato un oggetto che simboleggiava la malattia che si voleva che curasse: un carbone (ovviamente spento e simbolico) per il fuoco di s. Antonio e altre malattie della pelle, un tralcio di vite per le “storte” (distorsioni), un baco da seta per i vermi intestinali, il giogo delle bestie per una malattia che colpiva al collo le bestie, ecc.
Oppure, la virtù di guarire veniva lasciata dal guaritore ad una persona da lui ritenuta idonea, della famiglia o meno: la virtù veniva trasmessa la notte di Natale, notte magica per eccellenza e consisteva nell’insegnamento delle parole e del rito. La persona doveva desiderare di curare e di aiutare il prossimo, non lo doveva fare per denaro e si doveva impegnare a mantenere il segreto delle parole da dirsi durante il rito.
Per quanto riguarda le erbe, le guaritrici le conoscevano benissimo, le sapevano distinguere con sicurezza e spesso non conoscevano il nome in italiano ma usavano dei nomi dialettali. Venivano usate molte erbe del campo per coprire una gamma di terapie per vari disturbi, la cosiddetta farmacia popolare.
Spesso l’uso delle erbe era abbinato a delle parole, frasi o a dei riti per aumentare l’efficacia.
Inoltre, per combattere il malocchio venivano compiuti dei riti in alcuni luoghi ritenuti sede di forze energetiche particolari (incrocio perfetto di due strade, ecc.). Ora descriverò qualche esempio di medicina popolare romagnola, che mi ha raccontato mia mamma. Scottature: spesso ci si scottava nel camino presente nelle cucine romagnole. Allora si metteva sulla parte ustionata dell’olio d’oliva o dell’olio benedetto, sopra al quale si lasciava cadere a pioggia dell’orzo mondo macinato o altra farina. A volte si ricorreva al miele, alla buccia delle cipolle o delle patate. Oppure si realizzava un unto facendo bollire olio, erba ruggine e spicchi d’aglio e applicandolo sulla parte e coprendolo con foglie di cavolo. Se questo pronto soccorso non funzionava, si faceva bollire aglio tritato, farina e scorza di quercia e si metteva sulla scottatura. Alla fine, se non si otteneva beneficio, la segnatura non mancava mai! E così anche la scottatura che faceva vedere le stelle veniva segnata dalla guaritrice per tre giorni con una preghierina segreta a Gesù Bambino, spesso con l’indice della mano bagnato d’acqua, la dichiarata nemica del fuoco.
Otite : appena facevano male le orecchie, si correva subito ai ripari perché si temeva un peggioramento e cioè la perforazione (oggi giorno si direbbe otite). Si usava l’olio benedetto e cioè si scaldava dentro ad un ditale o ad un cucchiaino, poi si introducevano 2-3 gocce nella cavità auricolare prestando attenzione a che non fosse troppo bollente. Poi si tappava l’orecchio con un batuffolo di cotone o di ovatta. Spesso si metteva una cuffia di lana in testa, perché si mantenesse il caldo e il cerume si sciogliesse meglio. A volte alcune madri intervenivano col loro stesso latte per guarire i figli o parenti dal mal d’orecchi, sgocciolando direttamente il tiepido alimento nelle orecchie. La cura veniva ripetuta per tre giorni e aveva una distinzione per sesso, a seconda cioè se i sofferenti erano maschi o femmine: i primi utilizzavano il latte di una donna di una femmina al petto, i secondi si rivolgevano a chi allattava un maschio.
Tosse e Bronchite: il primo rimedio era il miele che dolcificava latte o vin brulè. A volte lo zucchero giallo dell’alveare era fatto caramellare per realizzare le cosiddette pasticche d’orzo per i bambini. Anche il brodo delle castagne secche bevuto caldissimo aiutava a sciogliere la bronchite. Tisane con fiori di tiglio, timo e di farfaro. Fiori e foglie del farfaro raccolti al solleone ed essiccati venivano persino fumati nella pipa per combattere la tosse di natura asmatica. Le bronchiti comuni venivano curate a letto, con impiastri di semi di lino o di cipolle cotte, con cataplasmi di crusca, con unzioni balsamiche. Dopo le frizioni con l’olio, il petto veniva coperto da lana grezza.
Occhi arrossati: venivano effettuati gli impacchi facendo bollire in acqua sambuco, camomilla, malva, insieme o separati. Se il bruciore dell’arrossamento era intenso, si facevano dei fumenti mettendo il giusquiamo in acqua bollente. Se a volte entrava un corpuscolo dentro l’occhio e tardava ad andarsene causando fastidi, si metteva in azione la pietrina di s. Lucia, cioè una minuscola pietra che faceva miracoli. Veniva custodita in una scatolina di ferro fra la bambagia e si metteva sotto alle palpebre per scacciare il corpo estraneo o comunque per guarire dall’infiammazione. Inoltre, per rimanere nel mondo del soprannaturale, chi voleva preservarsi la vista, si lavava con la rugiada raccolta la notte di s.Giovanni (24 giugno) e con l’acqua del secchio di casa, il sabato santo, quando si slegavano le campane.
Storte (distorsioni): quasi sempre le storte venivano segnate dalla guaritrice toccando l’arto dolorante per tre mattine consecutive a digiuno, con un tralcio di vite e ripetendo alcuni scongiuri. Altre volte si faceva una “ingessatura” con un impasto composto da chiara d’uovo montata a neve o aceto e farina, messo nella parte dolorante e avvolto con un panno di canapa. Asciugandosi, l’impasto si irrigidiva come un gesso. A volte si potenziava il sostegno per mezzo di due assicelle di legno tenute strette da una fascia di neonato. Dopo alcuni giorni, tolta la fasciatura, si spennellava la parte con un olio nel quale si era lasciata macerare un’erba che cresceva nei pozzi. La chiarata d’uovo si faceva anche per le storte e le fratture degli animali.




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